Storia del Cristianesimo: Pisa e la Beata Chiara Gambacorta

La Beata Chiara Gambacorta nacque a Pisa nel 1362. La sua famiglia era potente ed influente nella repubblica. Casato di commercianti e di Consoli del Mare, nel 1350, alla morte del conte Ranieri della Gherardesca, signore di Pisa, i Gambacorta insorsero a capo della fazione dei Bergolini contro i Raspanti guidati dai dell’Agnello. La contesa fu vinta da Andrea Gambacorta, fatto difensore della repubblica, ma di lì a poco, con la venuta di Carlo IV, re di Boemia, diretto a Roma per farsi incoronare imperatore, le cose muratono. I Bergolini s’appellarono al tedesco e sui loro rivali si scatenò la violenza: Niccolò, Bartolomeo e Francesco Gambacorta, figli di Andrea, il 26 maggio 1355, ebbero mozzata la testa. All’eccidio scampò Pietro, il quarto dei figli di Andrea, che però subì la confisca del patrimonio di famiglia e l’esilio…

Uscita sconfitta dalla guerra con Firenze, Pisa conobbe il governo del doge Giovanni dell’Agnello, protetto da Barnabò Visconti, duca di Milano. Il doge morì due anni dopo, travolto dal crollo di un balcone di un palazzo di Lucca, dove si era recato per fare omaggio a Carlo IV, e Pisa insorse scacciandone la famiglia. Il potere fu assunto dalla Compagnia di San Michele che cacciò le fazioni in lotta e nominò nuovi anziani riportando quiete e prosperità in città. Bisognava però assolutamente ristabilire le relazioni commerciali con la potente Firenze e ottenere il ritorno delle sue merci. A tal fine fu indispensabile riappacificarsi coi Gambacorta che avevano grandi amicizie nella città di Dante. Il ritorno degli esuli a Pisa si realizzò il 24 febbraio del 1369: i pisani accolsero i Pietro Gambacorta con in mano rami d’ulivo, al suono delle campane, con un corteo che culminò nelle celebrazioni religiose della Chiesa di San Michele in Borgo ed il giuramento di fedeltà di Guido Sardi, uno dei capi della Compagnia di San Michele. Fu così che Pietro, capo della famiglia Gambacorta, rimise piede nella sua Pisa e riuscì poi a farsi eleggere Signore per ben ventitré anni. Al suo fianco in quei giorni c’era la sua famiglia e con essa sua figlia Tora, nata in esilio, a Venezia o forse a Firenze, e all’epoca di soli sette anni.

La fanciulla si mostrava gentile d’aspetto, d’ingegno pronto e indole vivace. Un certo Simone di Massa la chiese in sposa e suo padre acconsentì, ma l’idea delle nozze non piaceva alla ragazza che aveva invece maturato l’intenzione di dedicarsi solo alla preghiera. Accondiscese egualmente alla volontà paterna e a dodici anni si sposò. Fu un’ottima moglie, bella, dolce. Continuò anche a pregare, a digiunare, a partecipare con assiduità alle funzioni religiose. Volle portare il cilicio ed impegnarsi in opere caritatevoli verso gli infermi, donando denaro, vesti e cibo ai poveri. Quando suo marito morì, dopo soli tre anni di vita coniugale, tornò prima alla casa paterna poi provò a seguire la sua vocazione…

Ad assisterla in questi frangenti fu un’amica particolare con cui aveva stretto legami nel febbraio del 1375: Caterina Benincasa, a noi nota come Santa Caterina da Siena. Fu Caterina a suggerirle il da farsi. Il 29 giugno del 1378, Tora e la sua cameriera scomparvero dal palazzo di famiglia senza dir nulla a nessuno e, presi precedentemente accordi con la Superiora delle Clarisse del Monastero di San Martino, depose le vesti signorili e prese l’umile saio francescano col nuovo nome di Chiara. Su di lei si abbatté la furia di Pietro quando seppe tutto. Andrea, il fratello maggiore, si presentò con un gruppo di militi alla porta del monastero e reclamò che sua sorella fosse a lui consegnata. La ottenne minacciando d’invadere l’edificio e distruggere tutto. Tornata a casa, restò rinchiusa in camera, isolata dalla famiglia, senza libertà e dedita solo alla preghiera ed alla contemplazione.

I mesi trascorsero così, ad addolorare la ragazza era solo il non poter ricevere la comunione, ottenne che sua cognata la accompagnasse in chiesa per riceverla. Fu condotta in una chiesa domenicana ed era la festa di San Domenico. Confessatasi ed assunta la comunione ritornò a casa con una nuova consapevolezza: l’Ordine di San Domenico la chiamava a sé.

Quell’autunno fu a Pisa il vescovo di Iaen e confessore di Santa Brigida, Alfonso di Vadaterra. Pietro Gambacorta lo supplicò di parlare con Tora e sconsigliarla di seguire ogni sorta di cammino monacale, ma il religioso, avuto con la ragazza un breve colloquio, la esortò a restar ferma nei suoi propositi e respinse Pietro. Fu così che la famiglia Gambacorta si convinse ad accettare quella vocazione: Chiara poté finalmente entrare nel Monastero di Santa Croce, accompagnata da suo padre.

Vestì le lane bianche dei domenicani e si dette alla nuova vita con grande trasporto. Si fece subito apprezzare per il vivo spirito di preghiera e la compassione e la famiglia le costruì un piccolo oratorio nel luogo più appartato del monastero affinché potesse stare in solitudine. Trascorse così il tempo del noviziato, maturando austerità virtù e rigorosità dei costumi. Dopo quattro anni e tre mesi, persa la madre ed il fratello Andrea, conobbe la nuova sposa di suo padre, Orietta Doria, nobildonna genovese. Fu per sua intercessione che Pietro acconsentì ad un desiderio della figlia suora: la costruzione nel rione più bello e popolato di Pisa, detto Kinseca, di un nuovo monastero in cui, a lavori ultimati, il 29 agosto del 1382, Chiara entrò con quattro sue compagne. Diresse il monastero sin dai suoi primi giorni di vita, Fra Domenico da Peccioli che ottenne il riconoscimento della struttura da Urbano VI col nome di Monastero di San Domenico. Il numero delle suore crebbe enormemente e fu necessario eleggere una Priora, la venerabile Suor Filippa Albizi. Suor Chiara, solo venticinquenne, fu proclamata sottopriora. Si viveva in una totale comunione, nel continuo silenzio, nella rigida povertà, pregando giorno e notte in una clausura stretta. Suor Chiara successe a Suor Filippa come Priora continuando nell’aiuto dei poveri, dei carcerati, dei bambini abbandonati. Il monastero pisano assurse poi ad una grande missione: la Riforma dell’Ordine.

La riforma cominciò in Italia e proprio a Pisa. La primitiva disciplina domenicana si era persa, i religiosi ferventi scomparvero con la peste del 1348 e con essi si dimenticarono le tradizioni monastiche. La riforma fu predicata da Santa Caterina e accolta unanimemente dall’ordine, senza scismi. Suor Chiara la abbracciò e se ne fece influente sostenitrice. Fu amica dei beati Fra Giovanni Dominici e Raimondo di Capua, generale dell’Ordine. In tutto il mondo le suore di Pisa furon viste come focolaio di santità ed esempio.

Nel 1398 però una terribile bufera s’abbatté sulla città e sulla famiglia Gambacorta. Il duca di Milano, Galeazzo Visconti, che tentava di guidare la Toscana contro Firenze, trovò in Pietro Gambacorta un fiero oppositore. Fu così che il Visconti complottò con Giacomo d’Appiano, cancelliere della Repubblica di Pisa, adottato da fanciullo da Pietro. Giacomo diffuse ostilità e rancori contro i Gambacorta e spronò alla rivolta Bergolini e Raspanti. Quel giorno Pietro fu invitato da Giacomo ad uscire con lui per sedare la rivolta, in realtà il traditore lo consegnò ai sediziosi che lo trafissero di colpi di pugnale lasciandolo in strada morto. Era il 21 ottobre del 1393 e Lorenzo, terzogenito di Pietro, cercò scampo nel monastero della sorella… Il giovane fu inseguito fino alla porta del monastero che restava chiuso alle sue invocazioni. Era proprio la sorella, Suor Chiara, a rispondergli che tutta quella gente, ubriaca di odio e violenza, avrebbe invaso il monastero e seminato morte e distruzione tra le suore. Lei, seppure dolorosamente combattuta dall’amore fraterno, non poteva permetterlo. Suor Chiara scoppiò in lacrime e svenne mentre il fratello cadeva sotto i colpi dei nemici. Più tardi il Visconti si scagliò anche contro Giacomo d’Appiano e allora Suor Chiara, mostrando il suo perdono, accolse la sua vedova e le sue figlie nel monastero.

Morì nel 1420, il suo cadavere emanò a lungo un intenso profumo e l’odore continuò ad avvertirsi sulla sua tomba negli anni a seguire. Papa Pio VIII la volle beata.

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra
Bibliografia: D. Toncelli, La beata Chiara Gambacorta

 

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