Parma assediata e abbandonata nel 1521
L’intenzione di Carlo V, emanato l’Editto di Worms contro Lutero, era chiara. Occorreva restituire al pontefice i domini di Parma e Piacenza. Si cominciò dalla prima.
La città di Parma si estendeva oltre il fiume, verso Piacenza, con un quartiere detto Cadiponte. Entrambe le zone in cui si divideva la città erano fortificate verso il letto del fiume che, in quel momento dell’anno, non era ridotto che ad un tenue rigagnolo.
Si mossero da Bologna su Parma oltre cinquecento uomini, in gran parte fanti e cavalieri spagnoli, affiancati da millecinquecento fanti napoletani. Le artiglierie, i carri di vettovaglie, li seguirono. Attorno alla città, sul lato detto Cadiponte, Prospero Colonna ed il Marchese di Pescara fecero posizionare i cannoni. Lo sconcerto aveva già travolto la popolazione, chi degli uomini e delle donne di Parma aveva avuto la possibilità di fuggire, l’aveva fatto, persino numerosi suoi fanti. La città pativa la fame, la scarsità di farina ed i francesi che erano nelle sue mura per difenderla si mostravano sempre più insolenti.
Erano i primi di agosto del 1521. I parmensi s’attendevano i soccorsi di Odet de Foix, Conte di Lautrec, con svizzeri e veneziani, ma per il momento erano soli. Il francese aveva affidato la difesa della città a suo fratello, Thomas de Foix, Signore di Lescuns.
Il fuoco delle artiglierie fu micidiale, le vecchie mura cittadine si sgretolavano senza fibra. Al primo giorno d’assedio si trovavano aperte già due brecce. Si tentò allora d’entrare in città, i fanti accorsero per scavalcare i muri crollati. Fu una mossa troppo debole e disordinata per poter dare frutto, così gli assedianti si ritirarono.
Il giorno seguente, venti miglia oltre, comparvero gli uomini di Lautrec: cinquecento lance, settemila svizzeri, quattromila fanti condotti da Teodoro Trivulzio e quattromila fanti guidati da Andrea Gritti. L’armata contava inoltre gli uomini del Duca di Urbino e quelli di Marcantonio Colonna, mentre erano ancora attesi ulteriori seimila svizzeri. Nel frattempo, Prospero Colonna aveva ripreso il cannoneggiamento di Parma su quella porzione di muro già malmessa, con l’intenzione di voler evitare perdite inutili. Il fragore delle artiglierie spinse le avanguardie francesi a tenersi lontani. Nonostante fosse superiore per numero di armati e artiglierie, infatti, il Lautrec temeva i veterani della fanteria spagnola.
Così, al terzo giorno d’assedio, gli uomini di Prospero Colonna entrarono dalle brecce apertesi nelle mura, sul lato di Cadiponte, altri dalle scale. Le porte furono aperte e molte case furono saccheggiate. Ne prese possesso il governatore apostolico, Francesco Guicciardini, in nome di Papa Leone X, ma i giochi non erano ancora fatti. Gli uomini di Lescuns, riconoscendo impossibile la difesa, avevano abbandonato Codiponte e si erano portati nei borghi oltre la riva del fiume. Restava dunque da completare la vittoria.
Tuttavia, quel giorno stesso, Lautrec, si decise a muoversi e si fermò a sette miglia da Parma, sul fiume Taro. Nel frattempo, in suo soccorso, il Duca di Ferrara assaltò Finale e San Felice. Fu per tali ragioni che Prospero Colonna valutò rischioso continuare l’assedio. Anche il Marchese di Pescara si disse intenzionato a conservare i suoi soldati per una battaglia decisiva, così l’esercito, pur avendo ormai in pugno Parma, si ritirò.
Tutto si risolse in un nulla di fatto, neppure il Lautrec ne approfittò per abbattersi sul nemico. Prospero Colonna si sarebbe poi rifatto nella Battaglia della Bicocca, ma le riflessioni di Gucciardini (Ricordi, 205) non poterono che essere impietose: “Io sono stato dua volte con grandissima autorità negli eserciti in su imprese importantissime, ed in effetto n’ho cavato questo construtto , che se sono vere, come in gran parte io credo, le cose che si scrivono della milizia antica, questa a comparazione di quella è una ombra. Non hanno e’ capitani moderni virtú, non hanno industria; procedesi sanza arte, sanza stratagemmi, come camminare a lento passo per una strada maestra; in modo che non fuora di proposito io dissi al signor Prospero Colonna capitano della prima impresa, che mi diceva che io non ero stato piú in guerra alcuna, che mi doleva anche in questa non avere imparato niente”.
Autore articolo: Angelo D’Ambra