L’incontro di Dumas con Garibaldi a Palermo

Giuseppe Bandi in “I Mille” descrive l’incontro a Palermo tra Garibaldi e Alessandro Dumas

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Quando avemmo girato di cima in fondo il convento, trattenendoci alquanto su un bel balcone, dal quale si godeva la veduta della città e del porto e de’  vaghissimi colli circostanti, ci accomiatammo dalle monache, le quali vollero regalarci (scusandosi col non aver di meglio) un gran cartoccio pieno di zucca candita, che in Palermo suol essere una ghiottoneria.

Nel tornare a casa, mentre eravamo per scavalcare una barricata, un bel pezzo d’uomo ci venne incontro, e da lungi salutò in lingua francese il generale. Quell’omaccione era tutto vestito di bianco ed aveva in testa un gran cappello di paglia, adorno d’una penna azzurra, d’una penna bianca e d’una rossa.

“Indovinate un po’ chi è colui?”, mi chiese Garibaldi.

“Chi può essere?” risposi.

“Luis Blanc, Ledru Rollin?…”.

“Oibò”, soggiunse il generale, ridendo, “è Alessandro Dumas”

“Come? L’autore del Conte di Montecristo e dei Tre Moschettieri?”

“Proprio lui”.

Le grand Alexandre abbracciò Garibaldi con infinite dimostrazioni di affetto, ed entrò insieme a lui nel Palazzo Pretorio, predicando e ridendo forte, non altrimenti che della sua voce e della sua allegria volesse empire il palazzo.

Fummo chiamati a colazione. Alessandro Dumas avea condotto seco una poltroncella vestita in abito maschile, e precisamente da ammiraglio; la qual poltroncella, piccina e leziosa e piena di gesti, si pos a sedere alla destra del generale, come non fosse suo fatto.

“O per chi ci ha presi quel glorioso bue?” dissi ai compagni che m’erano accanto, “è vero che molte licenze s’accordano ai poeti; ma questa che si piglia adesso, di mettere a tavola col generale e con noi quella minuscola figlia del peccato, è tal licenza che non concederebbero mai né gli Dei, né gli uomini, né le colonne”.

Il grande Alessandro mangiò come un poeta, e si mostrò tanto voglioso di discorrere, che mai non volle prestar lo staio a nessuno. Vero è che parlava vome sapeva scrivere, e io stetti a bocca aperta ad udirlo anche quando, per la soverchia velocità del discorrere, non capivo un acca delle sue parole.

Mentre mangiavamo di buon appetito, le innumerevoli bande musicali comparse in Palermo colle torme degli insorti, alternavano sulla piazza le sinfonie guerresche. Una di quelle bande suonò in modo meraviglioso il finale dell’atto primo della Leonora di Mercadante, che è un pezzo stupendo, e sentii con molta meraviglia che, tranne il direttore, non c’era in quella banda chi sapesse leggere la musica. Quei diavoli suonavano a orecchio, ma si sarebbe detto che eran tanti professori.

Quando comparve in tavola la zucca delle monache, il grand’Alessandro fece tanto d’occhi, e se ne cacciò in bocca una gran fetta; poi si dié a cantare il ‘magnificat’, e tanto l’ebbe commendata, che il generale la fece riporre in un cartoccio, e tutta gliela offerse perchè la portasse seco. Monsù Dumas tolse lietamente il cartoccio e lo consegnò all’ammiraglio, cioè alla femminuccia che aveva seco; e poi disse a Garibaldi: “Voi mi avete regalato una delizia, ma io saprò bene ricambiare il dono”.

E, bevendo un ultimo bicchiere di vino di Marsala, dette la fausta novella d’aver recato a bordo della piccola sua nave che si chiamava “Emma”, tante e bellissime armi le quali erano tutte del dittatore, senz’altra fatica che quelle di mandarle a prendere.

Noto, a questo proposito, che il generale ci mandò più tardi a pigliare le armi d’Alessandro Dumas, e noi ci andammo con un grosso navicello; me le armi che ci dette il francese, non avrebbero empiuto un carrettino di competenza d’un somaro. Infatti, tutto quel gran tesoro consisteva in sette o otto sciaboloni da cavalleria, e in dodici vecchie carabin; roba degnissima del ferravecchio. Ossequienti al proverbio “a caval donato non si guarda in bocca”, pigliammo le armi e le recammo al generale, che rise assai paragonando i doni minuscoli del gran romanziere francese, colla magnificenza delle sue promesse.

 

 

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