L’Assedio di Malta
Il Gran Maestro di Malta, il sessantottenne Jean Parisott de la Valette, fu informato dalle sue spie ad Istanbul che il Sultano puntava ad attaccare l’isola. Fece così appello a tutti i cavalieri sparsi in Europa affinché tornassero a difendere Malta, ottenne provviste e munizioni dal Regno di Sicilia e dalla Spagna, armò una milizia locale e istituì un corpo di tremila uomini cui si aggiunsero altri spagnoli e italiani. A questa forza si sommarono poi cinquecento schiavi delle galee che La Valette tolse dal remo con la promessa della libertà. Infine riparò e rafforzò le fortificazioni dell’isola. Ricevette pure una visita dal viceré di Sicilia, Garcia de Toledo, il conquistatore di Penon de Valez, inviatogli dal re di Spagna, Filippo II, con la promessa di soccorsi. Furono in tal modo riuniti circa novemila cavalieri, di cui introno ai quattromila erano maltesi ed il restante, ad eccezione di schiavi, era costituito da leve fatte in Spagna e Italia, mentre anziani e infermi furono inviati al sicuro in Sicilia. Tale armata fu divisa e assegnata a diversi punti difensivi di cui Castel Sant’Elmo rivestiva maggior importanza con sessanta soldati di guarnigione, posti al comando di Giovanni de Broglio, e un ulteriore corpo di sessanta cavalieri capitanati dal Balì di Negroponte a cui La Valette concesse pure due compagnie al seguito dello spagnolo La Cerda. Il nerbo della forza prese invece posto nel Castello di Sant’Angelo e qui si insediò pure il Gran Maestro.
Al mattino del 18 maggio le sentinelle dei due castelli avvistarono la flotta turca. Distava circa trenta miglia dalle coste ed ammontava a centotrenta galee imperiali ed altre cinquanta di minor grandezza. Su ciascuna di esse montavano artiglierie di diverso calibro e si contavano oltre trentamila soldati, di cui seimila giannizzeri. Il comando della spedizione era affidato a Piyale Pasha, un rinnegato ungherese he già aveva battuto gli spagnoli a Gerba, le forze di terra erano invece capitanate da Kizil Ahmedli Mustafa Pasha. Secondo la registrazione di Giacomo Bosio, storico ufficiale dell’Ordine, la flotta era composta da 193 navi, delle quali 131 galere, 7 galeotte, 6 galeazze, 8 mahon (grandi navi da trasporto), 11 barche a vela con rifornimenti e altre 3 per i cavalli. Le navi trasportavano anche un discreto equipaggiamento d’assedio che comprendeva 64 pezzi d’artiglieria, tra cui una dozzina di colubrine ed un enorme basilisco capace di scagliare proiettili di ferro da 100 kg. Per quanto riguarda la fanteria, oltre al numeroso reparto di miliziani poco addestrati e pirati, figuravano nell’esercito turco alcuni corpi d’élite come gli spahi, punta di forza della cavalleria ottomana, ed i giannizzeri.
La squadra turca diede fondo nel porto di San Tommaso mentre i maltesi, avvertiti dai cannoni delle fortezze, si ritiravano nei villaggi terrorizzati. I turchi sbarcarono e si ritrovarono subito accolti dal Gran Maresciallo Copper, uscito dalle mura a respingerli. Lo scontro arrise ai maltesi ma essi erano ben consci di non poter sostenere tali scaramucce perché rischiavano di perdere troppi uomini. Preferirono allora rinchiudersi entro le mura e i turchi si decisero a cannoneggiare Castel Sant’Elmo.
Le mura della fortezza presero rapidamente a cedere e fu necessario il soccorso di un drappello di uomini capeggiati da Martin De Medrano inviati dalla fortezza di Sant’Angelo. Giunsero anche sull’isola soldati dalla Sicilia ed una sortita respinse i preparativi di un assalto, ma il nemico riuscì ad insidiarsi nelle fila maltesi e, nello sgomento della guarnigione cristiana, a penetrare in Castel Sant’Elmo issando lo stendardo con la mezzaluna sulla controscarpa, poi cadde in loro mani anche il rivellino. Gli scontri continuarono con esiti incerti. Più tentativi di scalata furono respinti e nuove sortite ebbero successo allontanando i turchi che intanto si rafforzavano con l’arrivo delle navi di Dragout, pasha di Tripoli, e di Uccialì, il rinnegato calabrese. Frammenti di mura di sant’Elmo continuarono a cadere sotto i colpi delle artiglierie musulmane e si pensò d’abbandonare la fortezza.
Negli scontri morì de Medrano e solo i cannoni di Sant’Angelo impedirono che la scalata delle mura del castello avessero successo. Dopo diverse ore i turchi si ritirarono. Dragut era morto, colpito da una scheggia alla testa. Il 28 cadde la festa del Corpus Domini e l’Ordine la celebrò con una processione di cavalieri vestiti in abiti neri con la croce bianca di Malta ed un gran seguito di popolo. La processione percorse tutta la città muovendosi per i luoghi meno esposti al fuoco nemico che tuonò tutto il giorno, anche quando, i cavalieri si riunirono in chiesa per la messa. Nuovi assalti furono respinti il giorno seguente ma ormai gli assediati erano ridotti allo stremo ed un quarto attacco, l’indomani, fu fatale. Era il 23 giugno, giorno di San Giovanni Battista, protettore dei cavalieri. Dopo quattro settimane, con la perdita di 8.000 uomini, i turchi divennero padroni della fortezza.
Le teste di quattro cavalieri, fra le quali quella del Balì di Negroponte, vennero infilzate su dei pali ed esposte alla città colta dal terrore. Numerosi cadaveri furono legati su delle asse e gettati a mare con il petto squarciato da un taglio a forma di croce. Caddero millecinquecento soldati e, tra questi, ventitré cavalieri dell’Ordine. I turchi smantellarono il castello e spedirono ad Istanbul, come trofeo, trenta cannoni sottratti ai cristiani. I cavalieri concentrarono dunque le loro forze sulle restanti zone da difendere, quelle ad oriente del porto, col borgo e Castel Sant’Angelo su un promontorio e col forte di San Michele su un altro.
Giunsero nel frattempo quattro galee dal Regno di Sicilia che, pur trovando Sant’Elmo caduta in mani turche, riuscirono a sbarcare un distaccamento guidato dal cavaliere Melchor De Robles. La Valette in quei giorni rifiutò accordi di capitolazione e i turchi ripresero a far tuonare i cannoni disponendosi ad assaltare la fortezza di San Michele.
Impossibilitati dal raggiungere via mare il castello senza esporsi al fuoco di Sant’Angelo, escogitarono di trasportare un’ottantina di barche lungo il declivio di monte Sceberras. Così la flotta turca discese da quell’altura e occupò le acque dell’intero bacino. L’assalto fu condotto dal corsaro algerino Hassem, ma La Valette, avvertito da un disertore turco, riuscì a bloccare le sue manovre facendo conficcare dei pali sul fondale del porto ed erigendo una barriera di pesanti catene che ostacolarono l’avvicinamento delle barche. Un piccolo corpo di nuotatori armati di asce fu respinto dai maltesi. L’assalto vero e proprio iniziò il 15 luglio. I rampari erano gremiti di cavalieri e soldati, tra i essi c’era Antonio de Zanobia comandante della guarnigione. Le scalate dei turchi erano respinte dalle picche dei soldati. Nel trambusto una scintilla cadde sul magazzino dei combustibili ed una terribile esplosione colse di sorpresa gli uomini della guarnigione, avolgendo il bastione nel fumo. I turchi provarono ad approfittarne e riuscirono a guadagnarsi i rampari, ma furono ancora respinti, gettati dalle rocce o messi in fuga. Cadero circa duecento cavalieri e tra essi anche Federico de Toledo, figlio del viceré di Sicilia. Hassem assalì nel frattempo una breccia apertasi nelle mura dal lato opposto ma fu respinto due volte. Una nuova processione salutò questa vittoria. Circa quattromila musulmani erano caduti.
Kizil Ahmedli Mustafa Pasha pensò dunque di spianare le opere difensive dei maltesi e assaltare simultaneamente il Borgo e san Michele. Provò a tagliare le comunicazioni avversarie con una lunga linea di trincee che spezzarono in due il porto, poi fortificò le batterie aprendo un rovinoso fuoco sul bastione di Castiglia e sul Borgo. La Valette rispose innalzando barricate e per impedire gli sbarchi al Porto Inglese fece affondare alcune navi e le fece legare da catene per formare una barriera in mare. Giunse in quei giorni anche una bolla di Pio IV che impartì l’indulgenza plenaria a chiunque avesse intrapreso la guerra santa contro i musulmani, fu forse questo che spinse il viceré di Sicilia a mobilitare davvero un esercito.
Un incessante fuoco continuò per due settimane ad abbattersi sulle fortificazioni, infine un nuovo attacco fu intrapreso il 2 agosto sia contro il forte San Michele che contro il bastione di Castiglia. Fortunatamente La Valette fu ancora una volta avvisato in anticipo da alcuni disertori e riuscì a far erigere con prontezza dei trinceramenti interni grazie ai quali la guarnigione riuscì ancora ad avere a meglio sui turchi in più assalti. Piyale Pasha ritirò la sua armata, ma anche alla fortezza di San Michele i cavalieri furono vittoriosi. Con un nuovo improvviso assalto, seguito all’esplosione di una mina, il nemico s’avventò su un piccolo drappello di soldati e riuscì a piantare sulle mura del bastione il suo stendardo. I cavalieri, guidati da un ecclesiastico dell’Ordine, tale Frate Guglielmo di Tiro, accorsero a combattere e tutta la notte fu un continuo scontro. I cavalieri si rifiutarono di abbandonare il Borgo e di rintanarsi nel più sicuro Castel Sant’Angelo. I cristiani si spinsero poi nelle gallerie scavate sottoterra dal nemico per piazzare le mine, con impeto s’avventarono sui turchi finendo con loro sepolti ogni volta che una nuova esplosione tuonava.
Tutto sembrava perso nel frattempo però un morbo s’era diffuso ampiamente tra i nemici. La dissenteria aveva mietuto centinaia di vittime. Fu questa una delle cause che spinse i turchi ad abbandonare l’impresa.
I rinforzi dalla Sicilia guidati dal viceré Garcia de Toledo giunsero proprio in quei giorni. La flotta, partita da Siracusa il 25 agosto, consisteva in ventotto galee con undicimila uomini, per lo più veterani spagnoli, duecentocinquanta cavalieri dell’Ordine di Malta e quaranta cavalieri di Santo Stefano. C’erano pure cinquemila soldati dei tercios di Lombardia, Napoli e Corsica, 1700 italiani ed altri soldati francesi. Il turco spiò i movimenti delle navi senza intervenire, poi si dispose alla partenza.
Sul primo albeggiare del 5 settembre la forza ottomana era già interamente a bordo dei legni, ma tentò un nuovo assalto. I turchi sbarcarono al Porto San Paolo marciando contro le truppe giunte dalla Sicilia e capitanate da Ascanio della Corgna e Alvaro de Sandè. Agli spagnoli si aggiunsero i cavalieri di San Giovanni ardenti di vendicarsi degli invasori. Appena furono scorte le bandiere musulmane e le colonne nemiche, Alvaro de Sande, con un’unica compagnia di archibugieri, senza aspettare di indossare l’armatura e di ricevere ordini, discese dall’altura su cui si era posizionato e attaccò i turchi. Molti di loro caddero al primo assalto, le loro fila furono rotte presto, i più cercarono di salvarsi con la fuga sotto un incessante fuoco. Gli spagnoli inseguirono il nemico sino all’imbarco precipitoso.
Il 14 settembre dalla Sicilia giunse il viceré con ulteriori rinforzi ma l’isola era ormai libera. Trentamila turchi erano morti, i più di pestilenza. Tra i cristiani caddero duemilacinquecento soldati, settemila abitanti dell’isola e duemila cavalieri.
Autore articolo: Angelo D’Ambra
Fonte foto: dalla rete
Bibliografia: G. Priscott, il Memorabile assedio di Malta nell’anno 1565