L’ammiraglio Inghirami, terrore dei turchi

Il Gran Duca Cosimo I fondò l’Ordine dei Cavalieri di Santo Stefano nel 1562 per difendere la Toscana dai corsari musulmani. Le galee stefaniane non si fermarono al Tirreno, ma furono più volte protagoniste di imprese nell’Egeo. In quel mare l’ammiraglio Jacopo Inghirami sfidò più volte con successo i turchi.

Nel 1602 si scontrò con la Capitana d’Alessandria di Amurat Rais presso le Bocche di Bonifacio e l’assalì. Cinque galee toscane investirono i nemici mentre l’ammiraglio metteva piede sulla capitana prendendola. In quella circostanza gli stefaniti liberarono 245 schiavi cristiani, catturarono 423 turchi ed un ricco bottino di artiglieria e merci.

L’Inghirami riuscì ad aver la meglio pure su Mamet Pashà con solo sei galee contro sedici e l’anno dopo espugnò Cos, il Castello di Adalia e Achiman, e si impadronì di Castelorosso.

La più eclatante delle sue imprese però si ebbe il 20 ottobre del 1606, ancora nell’Egeo.

L’Inghirami, al comando di cinque galee, era riuscito ad impadronirsi di due galeoni, quattro vascelli piccoli, quattro caramusali e tre germe. La carovana di navi aveva settecento schiavi e trasportava ricche mercanzie sulla tratta da Alessandria a Costantinopoli. L’ammiraglio le sottopose al fuoco delle artiglierie dal primo pomeriggio all’imbrunire poi, temendo che la notte avrebbe permesso ai turchi di fuggire, ordinò l’abbordaggio alle sue galee: la Capitana e la Padrona s’impadronirono presto di un vascello per poi andare in soccorso delle altre tre galee. La spedizione stefanita tornò a Livorno con quattrocento schiavi, un grande bottino di mercanzie, armi e molte bandiere sottratte al nemico.

Per rifarsi della disfatta, Istanbul armò, nel 1608, nuove navi e le mise a caccia di quelle stefaniane, ma in uno scontro avvenuto, nonostante il numero maggiore delle navi componenti la squadra turca, i musulmani vennero sopraffatti e posti in fuga per non cadere prigionieri.

Il sultano volle allora inviare un suo messo al Gran Maestro dell’Ordine dei Cavalieri di Santo Stefano, con l’offerta d’un libero commercio in tutto il dominio della Porta, purché non mandasse più le galee nell’Egeo, ma Cosimo II respinse la proposta e, qualche settimana dopo, Jacopo Inghirami assalì altre fortezze sulla costa dell’Asia Minore, prese due capitane di Cipro, la capitana di Metelino ed altre galee turche dirette a Costantinopoli. Il corsaro Assan Mariolo fu sorpreso nell’Egeo, presso Capo Colonna, nel 1615, su di una galea affiancata da altri due legni. L’Inghirami, con la sua sola galea, li assalì e riuscì ad averne ragione facendo un buon numero di schiavi e liberando duecento cristiani dal “tormento del remo”.

 

Inghirami era nato a Volterra, nel luglio del 1565. Si era da sempre interessato di architettura militare e navigazione e il 13 luglio del 1581 era entrato a far parte dei Cavalieri di Santo Stefano. Comandò la flotta dell’Ordine per ben diciotto anni nei quali conquisto dieci piazze turche, prese diciannove galee, cinquanta vascelli, un gran numero di legni minori e fece più di seimila schiavi liberando invece tremila cristiani. Fu pure governatore di Livorno e venne insignito del Marchesato di Montegiovi e del Priorato della Città di San Sepolcro.

La prima grande fortezza da lui conquistata, ai confini tra l’Albania e la Morea, fu Prevesa. In tale circostanza Inghirami espugnò il borgo in cui si erano rinchiusi i turchi aprendo la Porta col petardo ed occupando i sette torrioni della città. Nell’ottavo si erano asserragliati i giannizzeri e l’ammiraglio lo fece radere al suolo coi cannoni, dando poi ordine di appiccare le fiamme al borgo, bruciare una galeotta ferma nel porto e imbarcare 50 pezzi d’artiglieria sottratti ai torrioni e 300 abitanti ridotti poi in schiavitù. Toccò poi a Laiazzo, Namur e Finica Celebre fu l’espugnazione di Bona, l’odierna Annaba in Algeria. Nell’impresa fu coadiuvato dal Gran Contestabile Piccolomini. Dopo sei ore potevano irrompere nella piazza ponendo tutto al sacco, ma ritornati alle navi trovarono ad attenderli la cavalleria musulmana. Inghirami fece tuonare il cannone mettendo in fuga il nemico e permettendo l’imbarco dei suoi. Dall’impresa gli stefaniti tornarono con sedici bandiere e duemila schiavi. Avevano perso solo quaranta uomini.

L’ammiraglio si spense a 58 anni e fu sepolto nella cappella di famiglia della Cattedrale di Volterra.

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

 

Bibliografia: F. Fontana, I pregj della Toscana nell’imprese piu segnalate de’cavaleri di Santo Stefano; AA.VV., Elogj degli uomini illustri Toscani; G. Viviano Marchesi, La galeria dell’onore

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