La Tripolitania all’inizio degli Anni Trenta

Quando gli italiani, nel 1911, misero piede in Tripolitania, fatta eccezione per Tripoli e i suoi dintorni, per alune località costiere e poche oasi interne, la regione era un’immensa distesa di sabbia. La “quarta sponda” si era rivelata da subito un amaro miraggio. La continua guerriglia dei primi anni e poi la Prima Guerra Mondiale, impedirono al governo di dedicare attenzione allo sviluppo della colonia. Solo alla fine del conflitto, interamente rioccupata, la Tripolitania iniziò a vivere una rigenerazione economica. Artefici di ciò furono i governatori Giuseppe Volpi, conte di Misurata, Emilio De Bono, poi divenuto Ministro delle Colonie, ed il maresciallo Pietro Badoglio.

L’ordinamento civile della colonia era strutturato Un governatore, dipendente direttamente dal Ministero delle Colonie, era a capo delle forze militari stanziate nel territorio, anche per la Cirenaica. Da questo dipendeva un segretario generale che si occupava degli affari civili affiancato da organi tecnici. Il territorio della colona era diviso in regioni, circondari e distretti con a capo, rispettivamente, commissari regionali, delegati circondariali e agenti distrettuali. L’interno della regione era invece affidato esclusivamente all’autorità militare e diviso in zone, sottozone e settori. I centri di una certa importanza erano retti a municipio. L’ordinamento giudiziario civile si basava su un giudice conciliatore, un tribunale regionale, un tribunale civile e penale con sedi a Tripoli e Misurata. Per la seconda istanza vi era una Corte d’Appello, a Tripoli, la Cassazione era invece quella del Regno. La giustizia penale faceva capo al tribunale regionale, al giudice pretore, al tribunale penale, alla Corte di Assisi, alla Corte di Appello ed alla Corte di Cassazione del Regno. Convivevano poi la giurisdizione sciaritica e quella rabbinica, la prima riguardava i musulmani, la seconda riguardava gli ebrei, presenti in Tripolitania, in circa 16.000.

Le cifre del movimento commerciale e delle entrate finanziarie della colonia testimoniano un costante progresso. Nel 1925 il movimento commerciale e marittimo ammontavaa 221.800.000 lire italiane ma nel 1929 era balzato a 285.100.000, stesso discorso per le entrate (tasse, diritti, tributi), nel 1925 risultanti 54.800.000 e nel 1928 pari a 101.500.000.

Il governo italiano era ben consapevole che i commerci con i paesi vicini non avrebbero mai potuto rappresentare per la Tripolitania un fattore trainante dell’economia, se non per i prodotti agricoli. Così piantaggioni di viti, olivi, mandorli e piante fruttifere erano state create lungo le zone costiere a ponente di Tripoli, verso Zavia e Zuara, ma anche ad oriente, verso Tagiura, Homs, Sliten e Misurata. Piantaggioni non mancavano neppure a sud, sino al Gebel. Si diffusero pure la coltivazione dello sparto, una pianta erbacea destinata all’industria cartaria, e quella del tabacco, coltivato specialente nella zona del Garian e lavorato nella Manifattura di Tripoli, inaugurata nel 1923 con circa 100 operai specializzati; notevole era la pesca del tonno e quella delle spugne; importante l’attività delle saline di el-Mellaha. Qui impianti modernissimi lavoravano il sale prodotto da 75 ettari di caselle evaporanti e 11 salanti, con una produzione che quadruplico dal 1925 al 1929. Sia il tabacco che il sale erano inviati ai magazzini di privativa del Regno d’Italia.

In questo processo acquisì un’importanza cruciale l’indemaniamento delle terre, avviato nel 1923. Circa 200.000 ettari risultavano acquisiti dal demanio nel 1931, quasi la metà di essi erano stati dati in concessione a più di 200 aziende agricole. La colonizzazione era di fatti realizzata da privati, ma indirizzata dallo stato che stabiliva le colture ed i finanziamenti. Tutto ciò aveva generato un popolamento forte della regione. Su una popolazione di 600.000 abitanti, circa 20.000 erano italiani e tra essi buona parte erano siciliani: su 442 concessionari, infatti, 205 provenivano dall’isola. Singolare era poi la presenza di circa 31 concessionari tunisini che lavoravano attorno ai 15.000 ettari di terreno.

 

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Bibliografia: R. Micaletti, La Libia e il suo avvenire

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