La tattica navale dalla Campagna del 1588 alla Seconda Guerra Anglo-Olandese. Parte Prima

Presentiamo ai nostri lettori la prima parte di uno studio di Marco Mostarda intitolato “La tattica navale dalla Campagna del 1588 alla Seconda Guerra Anglo-Olandese” e dedicato all’evoluzione degli ordinamenti tattici e della relativa segnaletica navale che porteranno alla formalizzazione, coronata approssimativamente all’epoca della Battaglia di Lowestoft del 1665, della linea di fila: formazione che, come noto, dominerà poi incontrastata l’età della vela della guerra sul mare sino alle innovazioni introdotte, a partire dalla fine del XVIII secolo, dal pensiero di nuove generazioni di tattici brillanti incarnate da personalità come Rodney, Howe ed infine Nelson. Ringraziamo l’autore per avercene dato la possibilità.

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Il singolo maggior contributo delle guerre anglo-olandesi all’evoluzione della guerra navale è senza dubbio rappresentato dalla stabile adozione e dal perfezionamento della linea di fila (line ahead) come formazione tattica fondamentale, destinata a rimanere tale – nonostante alcune incertezze novecentesche [1] – quantomeno sino alla battaglia dello Jutland del 1916 ed oltre.


Il processo che portò alla sua stabile affermazione risulta però notoriamente nebuloso, e la sua primigenia adozione in occasione della battaglia del Gabbard del 2 Giugno (O.S.) 1653 dovette essere necessariamente preceduta da un periodo di sperimentazione tattica sfortunatamente poco illuminato dalla scarsezza della documentazione in nostro possesso. In altri termini, resta da stabilire con maggiore precisione rispetto a quanto comunemente tentato il come ed il perché gli inglesi si distaccassero da una pratica della guerra sul mare incentrata sull’abbordaggio –comunemente accettata e praticata dagli olandesi ancora all’epoca della prima guerra del 1652 – per porre particolare enfasi sul potere di fuoco di cui la linea di fila costituiva la modalità di massimo esercizio. Ancora nelle istruzioni tattiche di Lord Lisle [2] dettate nel 1545 la flotta inglese si presenta organizzata in una formazione compatta articolata in battails [3] non dissimilmente da un esercito medievale, con un’avanguardia ed una retroguardia disposte in linea di fronte e profonde diversi ranghi: le disposizioni specificamente impartite per il combattimento sono alquanto laconiche, insistendo soprattutto sulla necessità delle singole unità di mantenersi perfettamente in linea distanziate di un “half-cable” [4] l’una dall’altra. È logico concludere che questa formazione dovesse poi scontrarsi col nemico secondo le modalità già specificate attorno al 1530 da sir Thomas Audley [5], ovvero intersecare “a pettine” la linea di fronte avversaria e portarsi al fianco dei suoi legni onde abbordarli, ponendo ben attenzione a che ciascuna unità della propria formazione si scontrasse con unità nemiche di analoga potenza. [6] La documentazione disponibile suggerisce che, quantomeno sino al 1570, l’approccio inglese alla guerra sul mare non si distingueva particolarmente né da quello dei regni meridionali (Spagna, Portogallo), né da quello del suo più immediato nemico costituito dalla monarchia francese; anzi, le istruzioni del 1545, nel loro prevedere l’aggiunta di due ali costituite da galee al corpo di battaglia centrale di bastimenti a vele quadre evidenziano, per contro, l’influenza di mezzi e tattiche proprie del mondo mediterraneo, compreso l’annoso dilemma su come armonizzare le componenti a vela ed a remi della flotta già postosi con forza nel caso veneziano. [7]

Rimane quindi il quesito sul dove collocare il discrimine fra ordinamenti ancora prettamente medievali e nuovi moduli tattici rispondenti alle possibilità offerte dalla crescente potenza di fuoco, quesito cui si è solitamente risposto proponendo il 1588 come data spartiacque sebbene, come si vedrà, anche questa scelta comporti un certo numero di congetture. Alle prese col dilemma di dover far fronte ad una flotta – quella spagnola – che imbarcava le migliori fanterie dell’epoca gli inglesi si trovarono con tutta evidenza costretti a rinunciare alla prassi dello scontro a distanza serrata seguito dall’abbordaggio; tattiche cui pur aderivano, ma che in tali circostanze li avrebbe visti probabilmente soccombere. [8] Da qui la necessità di impostare l’azione sul duello balistico, sì da neutralizzare il vantaggio detenuto dall’avversario. Troverebbe così smentita l’assunto corbettiano secondo cui sarebbero stati proprio i progressi compiuti dagli inglesi nell’artiglieria e nella disciplina di tiro – e non la soluzione di un problema tattico contingente – a determinare il sopravvento dell’azione di fuoco sull’abbordaggio: [9] caposaldo storiografico iterato piuttosto pigramente per oltre un secolo, nonostante che già nel 1965 Carlo Cipolla fosse intervenuto sul versante tecnologico della questione notando come l’artiglieria in ferro che l’Inghilterra si diede a produrre in gran copia a partire dagli anni ’40 del XVI secolo avesse ancora prestazioni balistiche e durevolezza ben inferiori rispetto alla coeva artiglieria in bronzo. [10] A mio parere dovette piuttosto accadere il contrario, ovvero che sotto la minaccia spagnola gli inglesi presero infine a capitalizzare le possibilità offerte dalle precedenti innovazioni tecnologiche, sino ad allora mai pienamente messe a frutto da una dottrina tattica di segno fortemente conservatore. Nell’ambito dell’artiglieria navale gli inglesi, ad esempio, potevano vantare sugli spagnoli un rilevante vantaggio qualitativo in termini di mobilità – con quanto ne consegue in velocità di caricamento e quindi cadenza di fuoco – grazie all’adozione di più maneggevoli ed affidabili affusti su quattro ruote piene invece delle tradizionali due ruote a raggi ancora in uso nella marina spagnola: pure una simile innovazione, evidentemente introdotta già prima del 1545 secondo quanto testimoniatoci dai preziosi reperti provenienti dal relitto della Mary Rose [11] (affondata nel Solent il 19 Luglio 1545), aveva mancato di ispirare nuovi ordinamenti tattici improntati ad una disciplina di fuoco infine svincolatasi dalla funzione propedeutica all’abbordaggio. A torto, stando alle prove a nostra disposizione, si riterrebbero le innovazioni tattiche come inevitabili ed immediate conseguenze di quelle tecnologiche. [12] Al contrario, gli ordinamenti di Lord Lisle dello stesso anno riecheggiano quelli del 1530, ed essi sono a loro volta riecheggiati dalle istruzioni di sir William Wynter [13] del 31 Marzo 1558: in questi ultimi, nella generale e disorganica commistione di ordinanze tattiche, disciplinari e di navigazione che contraddistingue le istruzioni dell’epoca, gli unici due articoli dedicati al combattimento sono significativamente incentrati sull’abbordaggio e le precauzioni da prendere in preparazione ad esso, [14] mentre neanche una parola è spesa sull’impiego dell’artiglieria. Una testimonianza, quest’ultima, di grande interesse, giacché nella totale assenza di regolamenti tattici e documenti ufficiali risalenti al periodo della marina elisabettiana l’ammiraglio Wynter, che prese parte alla campagna dell’Armada alzando le proprie insegne sulla Vanguard, costituisce uno dei pochissimi trait d’union fra quel fatto d’arme e le disposizioni che sappiamo essere state in vigore trenta anni prima. Dopo di esso si apre lo spiacevole vuoto documentario che tornerà ad essere colmato solo nel 1617 – ormai in piena epoca Stuart – dalle istruzioni alla flotta vergate sotto il nome di sir Walter Raleigh: considerate in genere come le disposizioni che più da presso dovrebbero rispecchiare le tattiche in uso presso la marina elisabettiana all’epoca della campagna del 1588, [15] queste contengono finalmente elaborate disposizioni concernenti l’azione di fuoco. All’articolo 29 si delinea per la prima volta la necessità di mantenersi sopravvento al nemico, cardine di tutta la successiva dottrina tattica inglese sino all’avvento della propulsione a vapore: se ci si ritrovasse sottovento al nemico, si dovrebbe pertanto manovrare virando di bordo in prora sino a guadagnare il sopravvento (unica posizione, si lascia intendere, capace di garantire la massima libertà di manovra). Il favore del vento è essenziale per portare ad effetto la tattica d’attacco descritta nel paragrafo successivo: guidata dalla nave di bandiera dell’ammiraglio o del viceammiraglio la flotta dovrà serrare le distanze sulla nave o sulle navi nemiche più sopravvento e, a turno, scaricarvi contro il proprio fuoco di bordata alla distanza di un tiro di moschetto, per poi virare di bordo e così sottoporre la sezione della flotta avversaria su cui gravita l’attacco ad un fuoco incessante man mano che le unità si avvicendino al tiro. [16] È evidente che all’atto di mettere in pratica questa manovra le navi debbano abbandonare la linea di fronte e disporsi, sia pure in successione, in una rudimentale linea di fila; ed è parere di chi scrive che una simile tattica, ripetuta nel tempo contro avversari alla cui minaccia di abbordaggio non ci si voleva esporre, abbia costituito l’antecedente su cui la Royal Navy si basò all’atto di formalizzare infine la linea di fila come formazione tattica fondamentale della guerra navale. Ciò concorrerebbe a spiegare il carattere a prima vista repentino della comparsa della line ahead nel Giugno del 1653, quasi che essa si materializzi dal nulla ed in controtendenza rispetto a quanto sino ad allora praticato, e soprattutto senza una lunga fase di sperimentazione che possa dar conto dell’immediato successo riscontrato dalla sua adozione.

Autore articolo: Marco Mostarda

 

Marco Mostarda ha studiato Scienze Storiche presso l’Università di Trento e collabora col Laboratorio di Storia Marittima e Navale dell’Università di Genova

NOTE:

[1] Si noti, a tal riguardo, l’enfasi sul concetto di end-on fire – ovvero garantire ampi archi di tiro in caccia ed in ritirata – in combinazione con l’adozione della linea di fronte, che presiedette alla progettazione dei primi incrociatori da battaglia britannici in virtù del loro particolare impiego tattico. Sulla classe Invincible cfr. R. A. Burt, British Battleships of World War One. Barnsley: Seaforth Publishing, 2014, p. 45.

[2] John Dudley, 1st Viscount Lisle (1504-1553), Lord High Admiral dal 1542 al 1546.

[3] L’avanguardia, nota sir Julian Corbett, somigliante ad un “blunt wedge” – un cuneo smussato – su tre ranghi; inevitabile il parallelismo con la formazione assunta nel 1588 dall’Armada spagnola, solitamente descritta come a mezzaluna e ben illustrata dalle famose incisioni di Robert Adams a corredo della Expeditionis Hispanorum in Angliam vera descriptio, stampata a Londra nel 1590. La formazione dell’Armada ha spesso destato la curiosità della pubblicistica in lingua inglese come qualcosa di inusuale e Parker si spinge sino a rintracciarne la genesi nelle modalità di organizzazione delle flotas spagnole delle Indie, che navigavano solitamente con un corpo centrale di mercantili protetto da due ali di navi da guerra, per cui cfr. Colin Martin, Geoffrey Parker, The Spanish Armada. Manchester: Manchester University Press, 1999, p. 162. La spiegazione è ovviamente plausibile, ma sono incline a credere che allorquando Medina Sidonia illustrò a Filippo II la formazione divisata dai suoi piani nella lettera del 28 Maggio 1588, egli si appoggiasse a moduli tattici ben rodati e noti anche alle marinerie settentrionali, come le superstiti istruzioni inglesi della prima metà del XVI secolo parrebbero suggerire; non sul solo sistema di convogli recentemente messo a punto dalla Spagna, né ispirandosi all’ovvio retaggio plurisecolare costituito dalle tattiche impiegate dalle squadre di galee mediterranee. Su Corbett, cfr. Julian Stafford Corbett, Fighting Instructions, 1530-1816. London: Publication of the Navy Records Society, vol. XXIX, 1905, p. 19.

[4] Corbett, Fighting Instructions, p. 22. Il cable è un un’unità di misura nautica pari a un decimo di miglio nautico o 100 braccia; mezzo cable corrisponde a circa 91 m.

[5] Thomas Audley, 1st Baron Audley of Walden (c. 1488-1544), dal 1532 Lord Chancellor of England sino al 1544.

[6] Audley’s Fleet Orders; in Corbett, Fighting Instructions, p. 15.

[7] Emblematico, a tal proposito, l’utilizzo delle quattro barze veneziane alla battaglia di Zonchio del 1499. Esse si rivelarono difficili da manovrare, nonché da coordinare con il naviglio sottile, e ben due andarono perdute nell’esplosione dei magazzini della grande nave ottomana da 3.000 botti che avevano ingaggiato a distanza serrata. Cfr. Guido Candiani, I vascelli della Serenissima. Guerra, politica e costruzioni navali a Venezia in età moderna, 1650-1720. Venezia: Istituto Veneto di Scienze Lettere e Arti, 2009, pp. 5-6.

[8] Tale era anche l’idea di Tunstall, ideale prosecutore degli studi di Corbett sull’evoluzione tattica della guerra navale nell’età velica. Cfr. Brian Tunstall, Nicholas Tracy (ed.), Naval Warfare in the Age of Sail, 1650-1815. Annapolis: Naval Institute Press, 1990, p. 11.

[9] Corbett, Fighting Instructions, p. 28.

[10] Carlo M. Cipolla, Vele e Cannoni. Bologna: Il Mulino, 1999, pp. 21-23. Il progresso tecnico dei fonditori inglesi è da intendersi pertanto in termini relativi, come capacità di realizzare finalmente pezzi d’artiglieria in ferro colato che non scoppiassero con l’uso, sebbene questi vantassero prestazioni balistiche scadenti se paragonate a quelle dei cannoni in bronzo. Al prezzo di una qualità inferiore i vantaggi erano d’altronde molteplici: l’artiglieria in ferro costava un terzo di quella in bronzo, ed in un’epoca in cui tutti i paesi europei dipendevano – con la notevole eccezione della Svezia – da forniture estere o per il rame, o per lo stagno l’Inghilterra poteva affrancarsi, ricorrendo al ferro, da codesta dipendenza e dalle sue implicazioni strategiche specie in tempo di guerra. Ciò nondimeno il bronzo continuò ad essere considerata una scelta di qualità negli armamenti navali almeno per un altro secolo. Per esplicito ordine di re Carlo I, ad esempio, la grande Sovereign of the Seas nel 1638 ricevette 102 cannoni esclusivamente in bronzo: cfr. Rif Winfield, British Warships in the Age of Sail, 1603-1714. Barnsley: Seaforth Publishing, 2009, p. 5.

[11] Colin Martin, Geoffrey Parker, The Spanish Armada. Manchester: Manchester University Press, 1999, pp. 32-33. David Childs. Tudor Sea Power. The Foundation of Greatness. Barnsley: Seaforth Publishing, 2009, p. 62.

[12] Se così fosse, la grande potenza di fuoco dei vascelli a due e tre ponti allineati dagli inglesi all’epoca della prima guerra anglo-olandese del 1652-54 dovrebbe necessariamente postulare l’adozione della linea di fila, unica in grado di porre pienamente a frutto un tale peso di bordata. Per contro, assistiamo alla prima adozione della line ahead solo dopo più di un anno di guerra ed essa sembrerebbe per giunta costituire un caso isolato, quasi che gli inglesi stentino a tirare le somme dagli ammaestramenti tattici della giornata.

[13] William Wynter (c.1521-1589): imprigionato nella Torre di Londra per il suo presunto coinvolgimento nella congiura di sir Thomas Wyatt contro la regina Maria I e quindi reintegrato nelle sue mansioni, dal 1557 Wynter ricoprì l’incarico congiunto di Surveyor of the Navy e di Master of Naval Ordnance.

[14] Julian Stafford Corbett, Addenda to vol. XXIX, in Signals and Instructions, 1776-1795. London: Publication of the Navy Records Society, vol. XXXV, 1908, p. 366.

[15] Corbett, Fighting Instructions, pp. 31-35. Tunstall, Naval Warfare, p. 11. Corbett osserva come le istruzioni di Raleigh riprendano – ampliandole – quelle di un trattatello (contenuto nel Lansdowne MS 213 del British Museum) a firma di un certo William Gorges, figlio dell’omonimo ammiraglio incaricato nel 1578 di sventare la paventata spedizione in Irlanda capeggiata da Thomas Stucley e sovvenzionata da papa Gregorio XIII. Poiché un’annotazione premessa agli ordini elencati in appendice ne ipotizza la composizione ad uso “by an admiral in conducting a fleet through the Narrow Seas […] bound for serving on the west part of Ireland”, se ne deduce che Gorges dovesse avere in mente proprio l’azione del 1578, durante la quale aveva militato agli ordini del padre a bordo del galeone da 40 cannoni Dreadnought, il primo dei famosi race-built galleons ad essere impostato sugli scali a Deptford nel 1573. Sebbene nessuna prova incontrovertibile esista in merito, è nondimeno plausibile che le istruzioni di combattimento stilate da Gorges iunior e poi riprese da Raleigh (che di Gorges senior era cugino) rispecchiassero ordinamenti tattici realmente in uso quantomeno sin dalla fine del 1570, e ciò a prescindere che il trattatello, nel suo complesso, sia da datare al 1618-19 secondo quanto suggerito dalla dedica a George Villiers, 1st Duke of Buckingham, dal 1619 nuovo Lord High Admiral. La totale inesperienza di Raleigh in materia di combattimento navale – ed in generale di arte marinaresca – deporrebbe peraltro a favore dell’idea che egli abbia esemplato da altra fonte le disposizioni poi tramandate sotto il suo nome.

[16] Orders to be observed by the commanders of the fleet etc., in Corbett, Fighting Instructions, p. 42: “[…] the whole fleet shall follow the admiral, viceadmiral, or other leading ship within musket shot of the enemy; giving so much liberty to the leading ship as after her broadside delivered she may stay and trim her sails. Then is the second ship to tack as the first ship and give the other side, keeping the enemy under a perpetual shot.” Il passo qui citato rispecchia peraltro abbastanza fedelmente l’andamento della battaglia di Gravelines dell’8 Agosto 1588, allorquando gli inglesi, col favore del vento, attaccarono la sezione più sopravvento della formazione spagnola tentando di tagliarla fuori dal grosso della flotta: cfr. Martin, Parker, The Spanish Armada, p. 177.

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