La fine della scuola pitagorica di Crotone
La scuola pitagorica di Crotone, rinomata per i suoi insegnamenti, trovò una fine disonorevole e cruenta.
La vita di Pitagora è avvolta nel mistero, di lui sappiamo pochissimo e la maggior parte delle testimonianze che lo riguardano sono di epoca più tarda. Probabilmente nacque nella prima metà del VI secolo a.C. nell’isola di Samo, dove fu scolaro di Ferecide e Anassimandro, poi, forse perché ostile alla tirannide di Policrate, si trasferì in Magna Grecia, a Crotone.
Porfirio (Vita di Pitagora, cap. 6), riprendendo la testimonianza di Dicearco, sostiene che “i crotoniati furono talmente affascinati da lui, specialmente dopo che egli ebbe ottenuto le simpatie del senato con molti bei discorsi, che i magistrati lo incaricarono di educare i giovani mediante discorsi adatti alla loro età”. Pitagora parve ai crotoniati un uomo saggio e di esperienza, dall’aspetto nobile e pieno di grazia, dai modi educati e dal modo di parlare decoroso. Così vollero affidargli l’educazione dei loro figli: “Parlò, dunque, ai fanciulli, che gli si radunavano attorno appena usciti da scuola; e più tardi anche alle donne. Anzi, istituì un’assemblea di donne. In tal modo la sua fama crebbe sempre di più, e molti gli divennero compagni: in città non furono solo uomini, ma anche donne, come Teano, che divenne famosa; ma lo seguirono anche re e signori delle regioni circostanti, che erano abitate da barbari”.
Secondo alcune fonti, proprio dal matrimonio con Teano avrebbe avuto tre figli.
“Quello che diceva ai suoi compagni, – continua ancora Porfirio – nessuno può dirlo con certezza, perché lo custodivano in gran segreto. Ma le sue opinioni più note sono queste: diceva che l’anima è immortale, e che può trapassare anche in esseri viventi di altra specie; che quello che è stato si ripete a intervalli regolari, cosicché non c’è mai nulla di veramente nuovo; che, infine, dobbiamo considerare come appartenenti alla stessa specie tutti gli esseri viventi. Fu proprio Pitagora il primo a portare in Grecia queste opinioni”.
La sua morte maturò nel contesto di una rivolta democratica contro il partito aristocratico di cui Pitagora era esponente. Sempre Porfirio scrive che: “Si dice che Pitagora abbia trovato la morte nella comunità di Metaponto, dopo essersi rifugiato nel piccolo tempio dedicato alle Muse, dove rimase quaranta giorni privo del necessario per vivere. Altri autori affermano che i suoi amici, nell’incendio della casa dove si trovavano riuniti, gettatisi nelle fiamme aprirono una via di uscita al maestro, formando con i loro corpi una sorta di ponte sul fuoco. Scampato dall’incendio Pitagora, raccontano ancora, si diede la morte, per il dolore di essere stato privato dei suoi amici”.
Più dettagli dà Giamblico (Vita di Pitagora, cap. 248): “Tutti sono d’accordo nel riferire che il complotto fu fatto mentre Pitagora era assente; ma non tutti concordano nel dire dove si trovasse in quel momento, perché secondo alcuni era andato da Ferecide di Siro, secondo altri soggiornava a Metaponto. E sono anche diverse le ragioni che vengono addotte per spiegare il complotto: tra le altre sembra più plausibile quella che lo attribuisce al gruppo di Cilone. Cilone di Crotone era per nascita, per fama e per ricchezza uno dei primi cittadini, ma era anche aspro, violento, sedizioso e di carattere tirannico; si era messo in testa di entrare a far parte del sodalizio pitagorico, e ne aveva parlato allo stesso Pitagora, ma ne era stato respinto per le ragioni già dette. Per questo, coi suoi amici, aveva intrapreso una guerra spietata contro Pitagora e i suoi amici: e tanto violenta fu la guerra di Cilone e dei suoi compagni, che durò finché ci furono pitagorici. Pitagora dovette emigrare a Metaponto, dove, secondo una tradizione, morì. Intanto i cosiddetti cilonei continuarono a lottare con ogni mezzo contro i pitagorici: e tuttavia, per qualche tempo, la nobiltà d’animo dei pitagorici e la volontà popolare ebbero la meglio, tanto che le città vollero ancora essere governate da essi. Ma alla fine i cilonei, che non avevano mai cessato un momento di intrigare contro i pitagorici, dettero fuoco alla casa di Milone, dove quelli si erano radunati per prendere decisioni politiche, e li bruciarono tutti tranne due, Archippo e Liside: questi, più giovani e forti degli altri, riuscirono ad aprirsi una strada e a mettersi in salvo. Il delitto rimase impunito, e i pitagorici smisero di occuparsi di affari pubblici. Due furono le ragioni che li indussero a questa decisione: l’inerzia delle popolazioni, che non punirono gli autori di un tale e tanto delitto; e la morte degli uomini più adatti al comando. I due che si salvarono erano entrambi tarantini: Archippo se ne tornò a Taranto, e Liside, che non voleva finire oscuramente la sua vita, passò in Grecia”.
Cilone, che non era stato ritenuto degno di far parte dei pitagorici, per vendicarsi del rifiuto, ordì un complotto. Secondo alcune ricostruzioni, aApprofittando dell’assenza di Pitagora, partito per Delo, Cilone fomentò una presa di potere violenta e sanguinaria. Quando Pitagora tornò a Crotone, provò ad opporre resistenza riunendo i suoi seguati fuori dalla città, nella Casa delle Muse, ma essa fu data alle fiamme ed in pochi si salvarono.
Sappiamo che Pitagora riuscì a trovar scampo e raggiunse su una barca Locri ma i cittadini non vollerlo accoglierlo, il suo pellegrinare proseguì verso Taranto per ricevere ancora un rifiuto. Le città della Magna Grecia temevano tutte che, col suo carisma, Pitagora avrebbe potuto minare le consuetudini e le leggi locali. Solo Metaponto volle accettare il filosofo consegnandogli il Tempio di Demetra come dimora. Quì Pitagora continuò ad insegnare fino al sopraggiungere della morte.
Autore articolo: Angelo D’Ambra
In copertina Pitagorici celebrano il sorgere del sole di Fëdor Bronnikov. Fonte foto: dalla rete.