L’Assedio di Macallè

Infranto il Trattato di Uccialli, il negus Menelik, con 100.000 uomini, assalì le postazioni italiane. Il 7 dicembre del 1895, i duemila uomini comandati dal maggiore Pietro Toselli furono annienati da 30.000 abissini ad Amba Alagi. Toccò poi al fortino di Endà Iesus a Macallé, dove una guarnigione composta da 3 compagnie del III Regio Corpo Truppe Coloniali d’Eritrea, 1 compagnia dell’VIII Battaglione e 1 sezione di 4 pezzi da montagna, per un totale di 21 ufficiali, 170 soldati italiani e poco più di 1000 ascari, guidati dal maggiore Giuseppe Galliano, resistette sino allo stremo. Il testo è tratto da M. Appelius, Il crollo dell’Impero dei Negus.

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Il 6 gennaio 1896 centoventimila Abissini si accampavano nella pianuradi Macallè e circondavano il piccolo forte di Enda Jesus presidiato dal maggiore Galliano con centoquaranta bianchi e mille ascari. Sul lato ovest si accampavano le milizie dello Scioa; sul lato est si allineavano gli armati del Re Taclamot e di Ras Mangasià; a nord stavano le orde di Ras Oilè, di Ras Atichen e del Degiac Uoldiè; a sud si era attendato Menelik in persona coi suoi luogotenenti Ras Maconnen (padre dell’attuale imperatore) e Ras gabeieuh. La pianura di Macallè era letteralmente gremita di piccole tende bianche in mezzo alle quali spiccavano le due grandi tende rosse dell’Imperatore e dell’Imperatrice. L’Imperatrice aveva comando di truppe e se ne occupava personalmente.
L’attacco al forte fu sferrato il giorno sette all’alba ed eseguito da grandi masse guidate all’assalto dai medesimi Ras, che tenevano a dimostrare all’Imperatore ed all’Imperatrice il loro coraggio personale. I due partiti del Sovrano e della Sovrana si contendevano l’onore di essere i primi ad entrare nel forte. Menelik aveva dato ordine che la “fossa di Macallè” fosse presa prima del tramonto perchè aveva fretta di continuare l’avanzata, ma lo slancio degli assalitori fu spezzato inesorabilmente dal tiro dei cannoni italiani. Un secondo assalto in massa, eseguito il giorno successivo, non ebbe maggior fortuna. L’Imperatore era furiosissimo. Il terzo giorno, per iniziativa dell’imperatrice Taitù, una colonna scioana s’impadronì delle f onti che fornivano d’acqua il forte ed ostruitele con sassi ne deviò il corso. Galliano ed i suoi 1040 uomini rimasero così senza acqua. Il giorno 9 Menelik, irritato dalla resistenza di quel pugno di uomini che immobilizzava la sua grande armata, ordinò a Ras Maconnen di prendere il forte a qualsiasi costo.
Il potente Ras circondato dai suoi luogotenenti e dai suoi familiari guidò personalmente all’attacco le truppe. Cinquanta cannoni furono concentrati contro il fortino. La colonna di assalto composta di migliaia di uomini era munita di grosse scale a piuoli con le quali Ras Maconnen si proponeva di scalare l’insignificante  muretto di cinta del fortino e di penetrare nell’interno, dove il numero soverchiante dei suoi armati avrebbe avuto facilmente ragione dei mille italiani. Ma il fuoco fittoe preciso dei difensori spezzò l’impeto degli assalitori. ras Maconnen insistè. L’assalto durò due giorni e du notti. All’alba del terzo giorno Menelik, visti cadere numerosi Capi e Sotto-capi del seguito di Maconnen, ordinò che fosse sospesa l’operazione. Fu stretto invece l’assedio e si aspettò che il forte capitolasse per sete. I depositi d’acqua andavano infattivuotandosi rapidamente.
Il giorno 10 fu sospesa l’abbeveratura dei quadrupedi. Il giorno 11 fu proibito di adoperare l’acqua altro che per bere. Il giorno 12 la razione d’acqua fu ridotta ad un litro per uomo, il 15 a mezzo litro, il 18 ad un quarto di litro. Il giorno 20 restavano nei serbatoi pochi ettolitri di acqua fangosa. Era impossibile lavare le piaghe dei feriti e le piache s’incancrenivano. Molti morivano. I rantoli della loro fine rendevano più dolorosa la lenta agonia dei vivi. Nel minuscolo recinto del forte non v’era posto per seppellire nè i cadaveri di coloro che soccombevano nè le carogne dei quadrupedi. La putrefazione ammorbava l’aria.
Ripetutamente Menelik fece pervenire al maggiore Galliano la proposta di arrendersi con l’onore delle armi assicurando salva la vita agli Italiani, agli Ascari ed alle loro donne. Galliano respinse sdegnosamente tutte le proposte. Nello stesso tempo informava Baratieri che i giorni del presidio erano contati e che all’ultimo momento avrebbe dato fuoco alle polveri saltando in aria con tutta la guarnigione. All’invito di Baratieri di arrendersi, l’eroico maggiore rispondeva che le piazzeforti non capitolano se non per ordine scritto del re e che solo di fronte ad un tale autografo avrebbe obbedito. Bratieri trasmise la risposta di Galliano a Roma. A Roma il Governo, premuto dall’opinione pubblica commossa dal martirio degli assediati ed agitata da mestatori politici, fece firmare a Re Umberto l’ordine di capitolazione ed inviò a Massaua una torpediniera con l’autografo reale. Frattanto la guarnigione del forte entrava in agonia.
Consumate le ultime goccie di acqua, gli assedianti soccombevano agli spasimi della sete. Nel cielo puro, sereno, implacabile, non una nuvola. Nessuna speranza di pioggia. Dallottobre all’aprie il Tigrai ha ogni anno il sereno perpeuto. Tuttavia il presidio teneva duro. Galliano era l’anima di quella resistenza disperata con la quale mille uomini assetati tenevano in scacco centoventimila armati.
L’autografo del Re giunse il giorno medesimo in cui gli assediati avevano deciso di far saltare in aria la santabarbara.
Menelik concesse alla guarnigione il diritto di ritirarsi ad Adigrat con l’onore delle armi. L’imperatrice taitù avrebbe voluto essere più severa, ma il vescovo copto che accompagnava l’Imperatore dichiarò che la resistenza del presidio era un miracolo voluto dalla Divinità e che non conveniva opporsi alla volontà di Dio. Il tricolore fu ammainato il giorno ventuno alla una del pomeriggio. Alle quattro la guarnigione uscì dal forte, pallida, sparuta, ridotta agli estremi. Ultimo ad uscire fu il maggiore Galliano. Il bagerand Balcà presentò le armi al presidio che usciva, bandiera in testa, preceduto dalla fanfara. Alle sei la bandiera etiopica sventolava sul forte.
Terminò così il triste episodio coloniale di Maccalè.

 

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