La Battaglia navale di Diu

Il 3 febbraio del 1509 fu combattuta la Battaglia di Diu, in India, tra i portoghesi, guidati da Francisco de Almeida, vicerè dell’India, con al seguito un folto contingente indiano, ed una flotta congiunta costituita dal Sultano d’Egitto, dall’Impero Ottomano, dai regni indiani di Calecut e Gujarat.

Questa battaglia ebbe un significato molto importante perché sancì il dominio portoghese nell’Oceano Indiano, respingendo l’espansione musulmana, ma anche perchè chiarì agli indiani che la marina portoghese in quel momento non era invincibile solo per loro, ma pure per forze così potenti come quelle di Istanbul e Venezia. Da molti fu paragonata alla Battaglia di Lepanto in termini di impatto perchè il potere turco in India fu gravemente scosso, consentendo ai portoghesi di conquistare rapidamente porti dell’Oman, dell’Iran, della Malesia e del Kenya.

La presenza portoghese in India interferiva notevolmente con i guadagni di musulmani e veneziani. Il commercio delle spezie in quella regione era controllato da mercanti musulmani, che trasportavano merci dalla costa occidentale dell’India al Mar Rosso, sino ai domini del Sultano d’Egitto, da qui poi venivano comprate dai navigli mercantili di Venezia, che controllava gran parte del commercio nel Mediterraneo. I portoghesi invece puntavano a costruire una rotta nuova verso l’Europa, un percorso che passava per il Capo di Buona Speranza sottraendo dunque guadagni tanto ai musulmani quanto ai veneziani.

I preparativi bellici avvennero in gran segreto, sia per scelta tattica che per la volontà della Repubblica di Venezia di non apparire nel mondo cristiano come alleata dei musulmani. L’obbiettivo era uno: espellere i portoghesi dalle acque dell’Oceano Indiano.
Ci provarono dapprima tramite l’intervento del Pontefice, sollecitato dal Sultano di Alessandria ad ordinare il ritiro dei portoghesi, pena l’uccisione dei cristiani d’Oriente. Fallito questo progetto però i musulmani, col supporto di Venezia, procedettero ad armarsi.

I Cavalieri di Rodi intercettarono le navi veneziane carice di legno e maestranze, dirette alle coste egiziane, e la squadra navale musulmana risultò, per questo, fortemente ridimensionata nei numeri: dieci navi, sei galee e numerose galeotte.

Le navi del Sultano raggiunsero l’oceano alla fine del 1507 e salparono verso la città di Diu allo scopo di unirsi alla flotta di Melik Yaz, comandante russo al servizio del re di Gujarat, che consisteva in trenta galeotte. All’inizio del 1508, queste due squadre, a Chaul, sorpresero una forza, guidata da Lourenço de Almeida, figlio di Francisco de Almeida. Per ragioni di vento, solo una delle navi portoghesi fu in grado di rispondere al fuoco, ma la conseguenza più grave della sconfitta portoghese fu che il figlio del vicerè d’India risultò tra le vittime.

Francisco de Almeida, carico d’odio per la prematura morte di Lourenço, scatenò la sua ira puntando a vendicarsi. A caccia del nemico, la squadra portoghese si diresse nella città nemica di Dabul e distrusse interamente le navi indiane per poi dirigersi a Diu.

Le forze navali portoghesi erano costituite da nove navi, sei caravelle, due galee ed un brigantino. L’esercito disponeva di circa 800 portoghesi uniti a 400 indiani ed era destinato a fronteggiare un nemico dieci volte superiore in numero, il cui comando era stato consegnato all’egiziano Hussein Al Kürdï, mentre Melik Yaz s’era ritirato a causa di problemi interni nel Gujarat.

All’alba del 3 febbraio, i portoghesi entrarono nel porto di Diu. L’armata nemica era pronta con fuste e galeotte a chiudere in una marosa la flotta portoghese. Probabilmente con l’indicazione di João da Nola, marinaio esperto in scontri navali che accompagnava la spedizione, le navi portoghesi entrarono nel canale in linea di fila (colonna) rendendo impossibile il piano nemico. Francisco de Almeida fece aprire il fuoco poi si passò ad arrembaggi. Numerose imbarcazioni e piccole navi ausiliarie nemiche furono affondate. Nonostante il fitto fuoco della fortezza della città, la marina nemica fu completamente annientata. La Espírito Santo, l’ammiraglia portoghese, speronò la nave principale della flotta nemica e, seppur colpita, riuscì ad affondarla, segnando la fine dello scontro. I portoghesi inseguirono ancora le imbarcazioni nemiche che stavano cercando di ritirarsi dalla zona di combattimento e molte ne catturarono. La flotta portoghese non perse alcuna componente contando appena 32 morti e circa 300 feriti (tra cui Ferdinando Magellano); i musulmani oltre 3.000 morti e molti altri feriti.

Tre bandiere dell’Egitto furono inviate al Convento di Cristo a Tomar, sede dei Cavalieri di Cristo di cui Francisco de Almeida era parte: il condottiero ottenne la sua vendetta (tuttavia morì nel mese di novembre di quello stesso anno, di ritorno in Portogallo, in un attacco di indigeni presso Capo di Buona Speranza).

Questa clamorosa sconfitta per i musulmani comportò il monopolio portoghese dei commerci nelle acque indiane fino all’arrivo degli Inglesi nel Seicento, con la Battaglia di Suvali.

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Bibliografia: J. H. Saraiva, Storia del Portogallo
J. M, Anderson, The history of Portugal
G. Da Frè, I grandi condottieri del mare

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