La Battaglia del fiume Cesano

Nel 1463 ebbe luogo la Battaglia del fiume Cesano. Il signore di Rimini, Sigismondo Malatesta, fu travolto nella notte dall’esercito di Federico da Montefeltro e dovette fuggire a Fano, ponendo fine alle sue pretese.

Sigismondo, morto Guidantonio da Montefeltro, aveva puntato a prendersi la contea in un momento di grande instabilità politica. Il potere era affidato al giovanissimo Oddantonio, appena tredicenne, la difesa invece al suo fratellastro Federico. A fermare i venti di guerra, anche se per poco, fu il papa: Eugenio IV elesse Urbino a ducato e la assegnò in modo permanente ai Montefeltro dando vita ad uno stato cuscinetto che tenne Roma al riparo tanto dai bellicosi Malatesta e quanto dai riottosi Sforza. Intanto Oddantonio, mostrato in poco tempo un volto lussurioso e perfido, era stato ucciso in una rivolta dai suoi stessi cittadini e tutto il potere era passato finalmente a Federico da Montefeltro.

Questi, con un’arguzia diplomatica, danneggiò non poco il rivale: comprò infatti Pesaro, sempre desiderata da Sigismondo per mettere in comunicazione i domini romagnoli con quelli marchigiani, e poi la concesse agli Sforza che così entrarono in rotta con i Malatesta. Vinto dall’astio Sigismondo tentò di eliminare il nemico promuovendo una congiura durante le feste di Carnevale del 1446: mascherati, i sicari avrebbero dovuto uccidere il duca che però venne a sapere tutto e fece catturare e decapitare i congiurati.

Il Malatesta, finito isolato pure da Napoli per insolvenza, si volse a ciò che meglio sapeva fare: la guerra aperta. Armò un enorme esercito e si inoltrò nel territorio marchigiano sino a Senigallia con battaglie e saccheggi. Questi territori gli erano stati sottratti da Roma per dirimere la questione con gli Aragonesi di Napoli ma erano poi stati affidati ai Montefeltro. Occupandoli, Sigismono si guadagna una scomunica, ma non abbandona la guerra. Il 12 agosto del 1463, saputo dell’arrivo delle truppe del Duca di Montefeltro, Sigismondo provò ad aggirarle e puntò a guadare il fiume Cesano, ma fu anticipato dal nemico che, durante la notte del 13, proprio durante il guado, gli piombò addosso.  Federico da Montefeltro gli inflisse una pesantissima sconfitta che lo costrinse ad una fuga disordinata al termine della quale anche suo figlio Roberto fu fatto prigioniero.

Racconta come andarono le cose Girolamo Muzio in De fatti di Federico di Montefeltro: “…havendo essi per rispetto di passar il Fiume più alto dà far alquanto più di viaggio, dubitava, che i nemici tanto non s’avanzassero ch’egli poi non li potesse raggiungere; e perciò andò conanimo d’apiccar la zuffa, e di fargli tanto fermare, ch’i suoi potessero arrivare; ma non perciò potè tanto avanzarsi, che non trovasse i nemici già pervenuti al Fium Cesano lontano dà suoi alloggiamenti intorno a III miglira. Mentre cavalcava di mano in mano mandava a solleticare le genti, ch’affrettassero il caminare; e nell’andare su uno dei suoi, che gli disse Signore piacciavi di ben avertire come, e dove andate: voi siete in paese nemico, caminate à mezza notte con poca gente, e andate a trovar Essercito non minore del vostro, ne sapete quanto i nemici siano lontani, ne quanto siano i vostri vicini. A cui rispose Federico State di buona voglia, perchè s’è proveduto sufficientemente con i corridori, i quali non ci lasciaranno malcapitare: e sappiate che in questa forma, à quest’hora, e per questo apese medesimo andò già Claudio Nerone à ritrovar Asdrubale, e lo vinse, e sconfisse. Et altretanto dobbiamo sperar ancor noi da dover fare de’ nostri nemici; e già habbiamo buon’arra della nostra vittoria, ch’essi fuggono, e noi gli incalziamo seguitiamo pur arditamente, ch’una memorabil corona di gloria ci ha d’acquistare in questa notte il valor delle nostre mani. Non molto dopo queste parole cominciò Federcio à scorger i nemici, ch’al Cesano erano già arrivati, e già erano cominciati a passare; per il che mandò pur à ricordar à suoi, che dovessero sollecitar la venuta: e inanimiti alla battaglia quelli, che haveva seco, e fatto sonar le trombe, e dare ne’ tamburi per dar à veder a nemici, che fossero ben una gran moltitudine; con molto impeto, e con altre voci assaltà il nemico Esercito. Gismondo, il quale tuttavia caminava con sospetto, e stava in sull’aviso di non esser offeso, fece fermar i suoi stimando quello, ch’era, che Federico con tutte le sue forze non potesse essere in alcuna maniera sopraggiunto; ma che più tosto fossero un’numero di cavalli, e di persone armate alla leggiera. Per il che voltato faccia arditamente cominciò a sostener il primo Esercito. Federico con que’ pochi andava col beneficio della notte dando tempo alla battaglia, e aspettando i suoi; ma non molto indugiò in questa guisa che coloro che havevano prima havuto ordine da lui, e da poi per messaggieri erano sollecitati, e appresso havevano cominciato a sentir il rumore degl’istrumenti, le grida, e il suon odell’arme, furono in su’l fatto, e Federico della loro venuta tutto confortatosi, già parendoli gaver la vittoria in mano, ricordato a suoi, che si ricordassero del loro valore, caricò adosso à nemici in maniera, che furono con poca fatica ributtati. Havevano quelli di Gismondo fatto testa in sulla riva del fiume, dove era un poco di calata; onde i Feltreschi fecero quel primo assalto con molto vantaggio. Et essendosi poi coloro ritirati di là dal fiume, locandosi alla difesa dell’altra riva havrebbero havuto quel vantaggio, che prima havevano havuto i loro nemici, se non che Federico con impeto seguitandoli, non diede loro tempo di ripigliar fiato, ne di rimettersi in ordine. La onde anco di qui furono incontinente risospinti e volti in fuga, ne prima si fermarono, che furono giunti in una campagna aperta, la quale hoggi chiamano il Piano di Marotto, dove s’erano poste in ordinanza alcunque squadre di quelle, ch’erano passate prima, e quivi per alquanto di tempo fu rinovato il fatto d’arme; ma non perciò durò lungamente perioche disturbati coloro da gli amici, che fuggivano, e che ta loro salvare si volevano, e combattuti da’ nemici; per il buio della notte questi da quelli non discernendo, furono costretti insieme con gli altri a voltar le spalle. Gesmundo perduta ogni speranza di più potere rimettere insieme le sue genti, e riposta la salute sua nella fuga senza pur voltarsi à dietro con alcuni pochi si ricoverò in Fano, e Roberto suo figliuolo, il quale medesimamente in quel Essercito si ritrovava con la maggior parte di coloro, che scamparono, si ridusse à Mondolfo, intorno al qual luogo molti ne furono presi, i quali quivi cercavano di salvarsi, e gli altri fin’à Fano furono perseguitati. In questa maniera passò il fatto d’arme del Cesano; e prima che’l giorno fosse fatto chiaro tutta quella fattione hebbe compimento; e le tenebre notturne furono cagione, ch’ella fu ancora men’ gloriosa; poiche quei Signori e Capitani, che’n quella si trovarono dalla parte contraria, non ptoendo per l’armature, ne per le sopravveste esser tra gli altri raffigurati, essendo meglio, che gli altri à cavallo hebbero commodità di salvarsi, e il Conte solo dalla Mirandola rimase prigione. Pur fu quell’imprea honorevole, e di molta importanza. Percioche oltra che da quella seguitò la ruina di Casa Malatesta…”.

Federico da Montefeltro col suo esercito conquistò villaggi e città. Marciò su Mondavio e la bombardò per alcuni giorni fino ad ottenerne la resa il 20 settembre. Da allora le sorti del conflitto presero una piega chiara e definitiva, molti i castelli si arresero spontaneamente ai Montefeltro, Fano cadde alla fine del settembre 1463, Mondolfo e Senigallia nell’ottobre…

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

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