Il massacro dei cristiani armeni di Adana
Nell’anno 1909 si registrò uno sterminio di almeno 30.000 armeni nei domini turchi, che anticipò il genocidio del 1915. R. P. Goudard, della Compagnia di Gesù, fornì sulle pagine del Bollettino dell’Opera La Propagazione della Fede, un quadro preciso e commovente del dramma vissuto dai cristiani nella città turca di Adana nel 1909.
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La Cilicia, patria di S. Paolo, è ancora insanguinata dai massacri, il cui orrore (al dire del console inglese di Mersina, – che fu presente a Pechino nel 1900) sorpassa le atrocità dei Boxer. “Tigri e porci!” è l’epiteto che dà un Missionario a questi sgozzatori la cui oscena crudeltà supera ogni immaginazione.
“– Noi ci domandiamo sorpresi, scrive una religiosa, come mai una tale carneficina possa essere l’opera dell’uomo”.
Tarso, Antiochia e tutte le altre campagne circostanti sono state saccheggiate; ma la città la più maltrattata è senza confronto Adana, la capitale della Cilicia, Adana, che prima dei massacri contava 75 mila abitanti, metà dei quali Armeni.
Vi risiedevano sei Missionari Gesuiti, aiutati da quattro fratelli Maristi nell’opera del piccolo collegio di S. Paolo. Presso di loro, nella loro casa di N. Signora di Betania, venticinque religiose di S. Giuseppe di Lione attendevano all’insegnamento e ad ogni sorta di opere di beneficenza. Tutto fu incendiato e distrutto. Tornerà gradito ai nostri lettori che noi mettiamo sotto ai loro occhi alcuni estratti di lettere di Missionarii, di religiose, e d’un officiale di marina, tutti testimoni di questi orrori. Nulla di più commovente di queste pagine scritte colle lagrime e di lagrime ancor bagnate.
Vi aggiungiamo i ricordi di quattro religiose di S. Giuseppe ritornate recentemente a Lione, dopo esser state testimoni di tutti i massacri di Adana.
Primi sgozzamenti: 13. 17 Aprile
“Il martedì di Pasqua, scrive il R. P. Benoit, essendo i nostri quattro Fratelli Maristi usciti, notarono un’insolita animazione nei quartieri turchi. Essi erano invasi da una folla di musulmani venuti dalle circostanti campagne, avevan tutti il capo coperto del turbante, mentre ordinariamente s’accontentano, come i cristiani, del fez o tarbuck degli Arabi. Questi forastieri portavan fucili e da qualche tempo le relazioni tra Armeni e Musulmani erano molto tese.
Il venerdì santo, 9 Aprile, avendo tre musulmani brutalmente assalito un Armeno di quindici anni, il giovane aveva estratto il suo revolver, steso morti due de’ suoi aggressori e ferito il terzo. Ecco un pretesto… Il sangue musulmano era corso, ci volevano flotti di sangue cristiano per placare la collera dell’Islam.
Perciò nei susseguenti giorni vi fu gran rumore nella città. Il martedì di Pasqua i cristiani non osarono uscir di casa. Rassicurati però dalle autorità, finirono per aprire le loro botteghe come al solito: era quello che si aspettava.
Quando all’orologio della città, che segna le ore turche, suonarono le 4 (le 11,112 circa), improvvisamente incominciò sul mercato poi in tutta la città una scarica di fucilata.
Uno degli Armeni più in vista, Sig. David Urfelan, vien ucciso in pubblica via da un Turco, che gli dice: “In nome del Dio sommo, incominciamo da te”. In tutta fretta, intanto che i PP. Rigal e Tabet organizzano la difesa del collegio, due altri Missionari, i Padri Benoit e Salvatier, corrono dalle Suore per rassicurarle. Al loro arrivo trovano la casa già invasa dai cristiani affollati.
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Al segnale dei massacri, racconta una religiosa presente, molti di noi si buttano in ginocchio le braccia in croce e si raccomandano a Dio. Cinque minuti dopo giungono i nostri vicini atterriti e si precipitano per le nostre tre porte. Le fucilate aumentano, nelle vie gli uomini cadono come mosche. Dalle finestre del dormitorio se ne vedono stesi morti.
Il saccheggio si fa in regola. I banditi sforzano la porta a colpi di ascia e invadono la casa, donde si odono subito uscire urla di disperazione. Sono le vittime che si sventrano, che si affettano e si torturano.
Quando tutte son morte, si gettano mobili, abiti, oggetti diversi nel fondo d’un carro che staziona nella via; si dà il petrolio alla casa per mezzo d’una pompa, vi si appicca il fuoco e si passa alla casa che segue.
Tutto il bazar è così abbandonato al saccheggio; tutti i magazzini e le botteghe degli Armeni sono devastate.
Le palle fischiano intorno a noi; le nostre imposte sono chiuse. Un panico indescrivibile regna tra i nostri ricoverati; essi si ammucchiano nelle nostre sale, nei corridoi, nei cortili… Le fucilate si succedono tutto il dopo mezzodi. Dalle 6 112 di sera il fuoco ci circonda da tutte le parti; la città è letteralmente stretta in una cerchia di fuoco, che va restringendosi intorno alla nostra casa ed al collegio dei Padri.
Tutta la notte continuano le grida, le fucilate, l’incendio, i lamenti ed i singhiozzi. La dimane, giovedì, verso le 5 del mattino il P. Sabatier, inquieto alla vista d’un incendio, s’avvanza verso la terrazza. Non ha appena aperta la porta, che una palla lo sfiora e trafora la porta. Altre palle traforano i muri del parlatorio e dell’orfanatrofio. Poco dopo si tira dalla parte della cappella; una palla trapassa una finestra e rimbalza nel confessionale.
La fucileria si accentua d’ora in ora e gli incendii continuano con maggior violenza… Noi siamo in grave pericolo, senza console, senza soldati! Ma due dei nostri buoni Padri son con noi e non ci abbandonano…
*
Il venerdì, 16 aprile, verso le sette del mattino, credemmo giunta l’ultima nostra ora.
Le fiamme erano ormai solo a qualche metro di distanza. Uscir dalla casa era un farsi fucilare dai Basci-Buzuck che ci bloccavano da tutte le parti. La nostra Superiora ci avverti di cambiare gli abiti e di indossare il nostro miglior costume religioso; trovandoci sul qui-vive, non si sapeva quel che poteva succedere. Tutto d’un tratto il P. Benoit mi fa un segno e mi dice: – Suora, io vado a consumare le sacre specie; radunate i nostri rifugiati, esortateli in lingua turca a pentirsi dei loro peccati e dite loro che darò loro un’assoluzione generale…
Già gli sgozzatori si gettano contro la casa in faccia; li si vedono sforzare varie porte a colpi d’ascia; altri danno il fuoco. La è dunque finita per noi. Inginocchiati recitiamo colle braccia in croce nove Salve Regina. Allora il P. Sabatier fa la proposta alla Superiora di condurci presso i Padri, nel collegio S. Paolo, poichè il pericolo è imminente. La nostra Superiora ci invita quindi a seguirla alla porta verso la quale si avvanzano i saccheggiatori. Se picchiano, aprirà.
Forse davanti a quest’atto coraggioso, essi retrocederanno; in ogni caso le loro prime scariche saranno per noi e alcuni dei nostri rifugiati potranno salvarsi ancora.
Ah! si picchia; un brivido ci assale.
– Aprite!” dice la nostra Superiora al R. P. Benoit.
La porta si apre.
Oh, miracolo! invece degli aggressori ci troviamo di fronte una compagnia di soldati, che provvidenzialmente passavano per la via. Il capo discende da cavallo, stringe la mano alla superiora ed a varie di noi; intanto un’ufficiale, un po’ diffidente, apre la sottana del P. Benoit per vedere s’egli non nasconde armi. Il Missionario allora, estraendo il suo grosso crocifisso gli risponde: – Amico, ecco l’arma del prete.
Ci son lasciati quattro soldati per custodirci e noi restiamo nella nostra casa”.
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Il P. Benoit esce accompagnato dal P. Sabatier, essi percorreranno la città per tentare d’arrestare la carneficina. Furono i soldati che invitarono il Padre: “Venite con noi gli dissero, vi condurremo per la città; voi esorterete tutti alla pace, e farete deporre le armi ai Basci-Buzuck”.
Il Padre accettò, credendo d’andar incontro ad una morte sicura.
I due Missionari passarono subito al collegio S. Paolo per rassicurare i cristiani colà rifugiati e agglomerati in tal numero, che alcuni faciulli morirono soffocati. Lasciatovi il compagno, l’intrepido P. Benoit continua la sua lugubre corsa; costeggia le vie ingombre di cadaveri e penetra in due moschee piene di Turchi che ascoltano le sue parole di pace e gli stringono la mano.
Spingendosi più lontano, giunge fino al palazzo del governatore, riempito da 1.200 Musulmani, intenti ad uccidere i notabili Armeni, che là si conducevano per farli perire con maggior solennità. Là eranvi i P.P. Fouve e Rigal. Il Governatore ricevette il P. Benoit con deferenza, sicchè i soldati, vinti da tanto coraggio acclamano i Missionarii. Nella serata si continuò ad incendiare, ma la fucileria si rallentò.
Il domani, sabbato, a poco a poco si fece la calma…
“Ma, scrive il P. Benoit, se le uccisioni cessarono nella città, proseguirono però nei dintorni. Tutte le masserie cristiane furono saccheggiate, e ve n’erano 360. In quella di Mons. Terzian, vescovo cattolico,furon massacrate 160 persone, e i cadaveri gettati nei pozzi. Lo stesso avvenne, non solo nelle altre masserie, ma anche nelle tre grosse villeggiature o vigneti, che i cristiani possedevano nei dintorni di Adana.
Dopo aver ammazzato e saccheggiato i Turchi incendiavano le abitazioni… Certi particolari fanno fremere.
Alcuni Armeni venivano inchiodati in croce sui pavimenti, sulle porte o su tavole: delle giovanette venivano denudate e sventrate a colpi di coltelli: indicibili delitti eran perpetrati sopra ragazzette da 7 ad 8 anni”.
I carnefici giocavano colle teste di fresco recise e perfin sotto gli occhi dei genitori lanciavano per aria i bambini, che ricevevano poi sulla punta dei coltellacci. Quanti altri orrori la penna si rifiuta di descrivere!
– “Vieni diceva un musulmano a suo figlio di 12 o 13 anni, vieni, prendi questo coltello, e faccia Allah ch’esso sia ben tagliente per sgozzare i cristiani!…”
Durante la bonaccia: 17 – 25 aprile
Innumerevoli erano i feriti. Anche la dispensa delle Suore fu prontamente invasa: “Oggi, Domenica, racconta la già citata religiosa, i feriti affluiscono ancora in maggior numero alla di spensa. Poveri disgraziati come sono orribilmente conciati dai colpi di ascia o di coltello, senza dire delle palle ricevute. Ieri ebbi a ricucire delle teste in quattro o cinque punti, a tagliare molte dita, ad amputare braccia e gambe. Credo che siano ormai 220 i feriti curati dalle nostre Suore”.
Il domani, lunedi, le buone Suore sempre infaticabili, organizzano presso il collegio S. Paolo un’ambulanza sotto il titolo di N. Signora di Fourvière. Per mantenere tutta questa gente le Suore si fanno mendicanti. A due a due se ne vanno per la città, lungo le viuzze incendiate che fumano ancora e sentono di bruciaticcio.
Sentiamone una. “…Accompagnate da due membri della conferenza di S. Vincenzo de’ Paoli e seguite da due facchini, portanti un gran sacco sulle spalle, noi andiamo di casa in casa alla questua per i nostri feriti, specialmente per l’ambulanza.
La nostra guida grida sotto le finestre, nei cortili delle case, e perfino in mezzo alla via: – Fratelli, amici, aiutateci secondo il poter vostro: dateci qualche vestito vecchio, della biancheria; dateci un po’ di riso o di burgul (grano frantumato), fagiuoli, qualche utensile usato, anche due cipolle, noi riceviamo di tutto. E’ per i primi bisogni dell’ambulanza che le nostre Suore hanno aperto nel tal luogo. Allora da una finestra cade un pezzo da 4 o da 8 metallici (5 o 10 centesimi). Con quale premura io lo raccolgo, mentre i nostri facchini si caricano i loro sacchi sulle spalle! Io tendo la mia borsa ai passeggeri.
Ieri ci siamo azzardati fin ai quartieri musulmani. Il Vali ha dato due megidi (9 lire); alcuni notabili turchi hanno pure slegato la loro cintura per farci una piccola offerta…”.
Lungo la settimana alcuni ufficiali dei bastimenti inglesi e francesi ancorati a Mersina, visitarono Adana.
Un d’essi, un’ufficiale del Victor- Hugo, ha narrato in una lunga lettera le sue impressioni; ne riportiamo qualche passo: “Mersina 23 aprile. – Il console ci informa che l’interno del paese è a fuoco e a sangue.
In giornata gli Inglesi organizzano una visita ad Adana. La circolazione sulla strada ferrata che congiunge Adana a Mersina, trenta chilometri di distanza, è interrotta. Si formerà per noi un treno speciale.
Uscito dalla stazione, il treno s’inoltra in una regione coltivata meravigliosamente. La pianura rigurgita di messi, di viti, di alberi fruttiferi. Ma presto appare una masseria incendiata, rovinata, di cui non resta che qualche ala di muro annerito; poi un’altra, poi un’altra ancora….. –
La desolazione va aumentando a misura che ci avviciniamo ad Adana. In ciascuna di queste masserie gli Armeni furono uccisi, tagliuzzati, arrostiti fino all’ ultimo. La minima resistenza è stata impossibile a questi infelici accerchiati dagli assalitori.
Sotto gli sguardi curiosi più che ostili della popolazione accorsa in folla, noi entrammo nella via principale. Ad ogni passo incontriamo una bottega saccheggiata, ove non rimane che il forziere sventrato in mezzo alle immondizie…… Ci siam recati alla Missione, che occupa un vasto locale di bella apparenza nel cuore della città….. I Padri ci ricevono quasi come salvatori, poichè non hanno ancor oggi deposto ogni timore, nonostante la calma apparente che seguì i tre giorni dei massacri. Fu tirato contro la loro casa, dove i rifugiati erano numerosi.
Un Gesuita fu ferito. La palla gli sfiorò il peritoneo. Fu quasi un miracolo che il buon padre sia sfuggito alla morte…. l Missionari ci conducono alla communità delle religiose di S. Giuseppe. Quale spettacolo! I cortili, i parlatoi, le aule delle scuole formicolano di Armeni scarni, abbatuti, che, ai primi colpi di fuoco, sono venuti qui a cercare un rifugio. L’altro ieri erano ancora più di 3 mila. Ieri ed oggi molti, rassicurati, son ritornati ai loro quartieri. I timidi, gli affamati, quelli che non han più ricovero si son fermati. Le donne si lamentano e sono desolate. I ragazzi giuocano con noncuranza; gli uomini sono silenziosi e calmi…”.
“Snelle, composte e sorridenti le Suore vanno e vengono in mezzo a tutta questa gente. Esse sono meravigliosamente calme, e quando dicono che non ebber neanche un momento di paura, io lo credo. Eppure io vedo dappertutto impronte di palle: uno dei loro dormitori ne è crivellato….. I luoghi dove esse ci conducono sono puliti, ventilati….. Come mai riescono a sorvegliar tutto, a nutrire tanti rifugiati, a mantenerli in una certa proprietà relativa?Ci conducono all’infermeria; un Armeno, un po’ medico, sta medicando una povera vecchia seduta sù d’un seggiolone. M’avvicino. L’infelice ha sulla testa otto ferite large un dito, alcune delle quali mettono a nudo le meningi. Fu colpita a sciabolate. I bruti che l’hanno assalita, le hanno anche troncato un piede, staccato un braccio: le avevano massacrata la figlia sotto gli occhi. L’infelice madre è divenuta pazza.
Attraversiamo un cortile. Alcune donne, quasi tutte vecchie, si buttano in ginocchio, e toccano i nostri galloni, come fossero reliquie che preservano dal Turco.
Esse singhiozzano, supplicano, perchè sian salvate.
Alcune s’attaccano alle mie gambe, abbracciano i miei piedi, baciano l’orma de miei passi; si, l’orma de’ miei passi! Mi sento serrare la strozza e non potrei articolare parola. Usciamo. Mai, io credo, io ebbi a provare tanta emozione.
Il fiume, dove furon gettati 3 mila cadaveri, incomincia a scaricarli nella baia di Mersina. Galleggiano tumefatti, tagliuzzati, orridi. Ecco quello d’una bambina di 4 o 5 anni, ecco un’altro d’un uomo scannato dal basso ventre fino al mento, come una bestia da macello, colle braccia e le gambe troncate…”.
Ripresa dei massacri. 25-29 aprile
Ohimè! gli orrori non erano ancora finiti. I massacri stavano per esser ripresi più violenti e più selvaggi ancora; e questa volta dovevano essere la ruina completa della residenza dei Missionari e degli stabilimenti delle Suore.
Continuiamo la citazione delle lettere dei testimoni oculari: “Dal 16 al 25 aprile, scrive il P. Benoit, nonostante le promesse di pace fatte dai musulmani, i cristiani ci supplicarono di custodirli ancora: “– Noi non possiamo fidarci dei Turchi, ci dicevano; ci hanno tanto spesso ingannati. La Domenica sera, 25 aprile, racconta Suor Maria Sofia, verso le 5 di sera, ricomincia la fucileria alla più bella; s’odono delle grida: “– I soldati tirano su di noi!”.
Una folla di persone viene ad ingrossare ancora i nostri 1500 rifugiati. Sta volta non s’accontentano d’entrare per le porte: danno la scalata alle terrazze; le tegole del tetto della cucina si rompono sotto i loro piedi; s’arrampicano per le colonne fin sui balconi. Si direbbero grappoli umani sospesi. Oh! che spettacolo! Sotto i nostri occhi le palle colpiscono delle vittime. L’affollamento è peggiore che la prima volta. Nè i Padri, nè le Suore riescono a calmare queste grida che straziano l’anima.
“Tu non hai dunque paura? mi dicono. Non vedi che stanno per ammazzarci. – Ebbene! le Suore e noi morremo con voi, non gridate”.
Al cader della notte le fiamme si riaccendono e s’avvicinano. Metà Adana sembra in fiamme.
Durante questa terribile notte sei delle Suore sono rimaste all’ambulanza. Soltanto al mattino, minacciate dal fuoco, lasciano l’ambulanza e si rifugiano nel collegio “portando con loro, fa notare il P. Benoit, quello che era il loro più ricco tesoro: gli amputati, i feriti, gli infermi”.
A mezzodì l’ambulanza è in fiamme. Anche il collegio è circondato dal fuoco.
Le religiose non possono rimaner là. Il P. Rigal chiama uno degli scannatori, il più afferrato e, mostrando le Suore.
“Prendi, conduci queste Religiose a Betania; io confido in te”.
“Le nostre care compagne ci arrivano più morte che vive, scrive Suor Maria Sofia; eran passate a due dita dalle fiamme ed avevan veduti più volte i fucili puntati su di loro. Per via alcune Armene s’erano attaccate alle loro vesti.
Tira su quelle, dice un Musulmano al suo compagno.
Come tirare su quei giauri (cani), l’altro, senza colpire le religiose francesi!”
A quattro ore il fuoco aveva divorato la casa dei Padri; capella, collegio, tutto era distrutto”.
E dei Missionarii che n’era intanto?
Lasciamo qui la parola al P. Benoit: “Migliaia di persone s’eran rifuggiate nelle spaziose scuole Armene, non lungi dal collegio: vi appiccarono il fuoco. Dei soldati regolari, uniti ai Basci-buzuk, tiravano sui cristiani, che, per sottrarsi alle fiamme, venivano a cercar asilo nel nostro stabilimento.
Un fratello Marista, rivolgendosi coraggiosamente a due soldati, li scongiurò di proteggere i fuggitivi e così salvò la vita a più di mille persone. Cinquecento circa non poterono evadere e furono abbruciati.
Era la sorte che ci attendeva cogli 8.000 cristiani ai quali davamo asilo.
L’incendio non era che a pochi metri da noi. Si va sulla terrazza per gettar dell’acqua sul fuoco: ma dal risponde casa dei l’alto dei loro minareti i Musulmani fucilano i salvatori…
Corro nel santuario per consumare le sacre specie e dare ai cristiani, che riempiono la cappella, un’ultima assoluzione. L’orribile fucileria, incominciata la sera prima nel nostro quartiere, continua sempre…
Uscire dal collegio era un buttarci nelle mani dei nostri assassini. Con quanta fede rinnovammo il sacrificio della nostra vital…
– Come fate voi ad esser così allegri davanti alla morte? ci domandò un medico protestante”.
D’un tratto vediam passare nella via con una ventina di soldati l’ammirabile console inglese di Mersina. Il braccio destro nella sciarpa (era stato ferito nei primi massacri), colla sinistra tiene le redini del suo cavallo: egli si dirige verso il nostro collegio. “Vengo a salvarvi, ci dice; andate e conducete tutti i vostri rifugiati al palazzo del Governatore; i soldati vi accompagneranno. Partimmo. Le fiamme guadagnarono ben presto il collegio e la residenza. Tanta era la rapidità delle fiamme, che si trovarono dei cristiani bruciati vivi. Noi passammo la notte nella casa d’un industriale greco, il Sig. Trèpani.
Il domani fummo tutti condotti alla casa delle Suore dal secondo comandante della fregata francese Victor Hugo, ancorato a Mersina. Questo degno ufficiale volle fermarsi con noi. Egli esigette dal vali ventiquattro soldati per custodire l’abitazione delle Suore. Tutta la notte egli fu in piedi, vegliando all’esecuzione degli ordini ch’egli dava…. Gli incendi non cessavano.
Il giorno dopo, 29 aprile, il comandante in capo del Victor Hugo, mandò ai Padri ed alle Suore l’ordine di recarsi a Mersina “perchè, diceva, io non rispondo della loro sicurezza”.
Fu grande l’afflizione dei Missionarii.
“Per buona fortuna, scrive il P. Benoit, il secondo comandante, che è con noi, credette suo dovere di passar sopra. La nostra partenza avrebbe prodotto un effetto deplorevole sui poveri cristiani di Adana.
Come! noi Missionarii, venuti per essi dalla Francia, hanno maggior bisogno di noi!?… Noi quindi, il P. Jouve, il P. Sabatier ed io col Fratello Boliam, restiamo. Partono per Mersina soltanto il P. Rigal e le Suore”.
La casa delle religiose era ancor in piedi… ohimè! per poco tempo.
Il 2 maggio, scrive una Suora, tra la mezzanotte e la una, si sviluppò il fuoco nella gran sala sotto la capella, che bruciò per la prima e con tanta rapidità, che i Padri non ebbero il tempo di consumare le sacre specie. Le due Suore rimaste alla custodia della casa dormivano profondamente.
Per buona ventura il P. Jouve corse ad avvertirle.
Dieci minuti di ritardo… esse non avrebbero più potuto salvarsi.
In poche ore il grande edificio non era più che uno scheletro annerito. Solo la Vergine in fondo al corti le sembra ancor dominare in mezzo alle rovine.
Le ruine
Tutto era dunque annientato: chiese, scuole, presbiteri, vescovado, stabilimenti dei Missionari.
“Nella sola città di Adana, nota il P. Jouve, l’estensione dei quartieri incendiati abbraccia un chilometro quadrato di superficie. Quanto alle vittime, impossibile fissarne la cifra. Dietro varie relazioni risulterebbe, che il solo vilayet di Adana avrebbe avuto da venti a trenta mila morti.
Mons. Terzian, il Vescovo Cattolico, parla anzi di quaranta mila. I sopravissuti sono in preda alle malattie, alla fame, alla disperazione”.
Il P. Rigal scriveva il 1 maggio da Mersina: “Ieri dovettero venire ad Adana un nuovo vali e un comandante militare. Giova sperare che la calma si ristabilirà a poco a poco, ma le nostre opere sono rovinate. Bisognerà ricominciare da capo… Non abbiamo che l’abito che portavamo in dosso il giorno dell’incendio e il breviario, che ciascuno di noi teneva in tasca”.
“Io ho perduto tutto, scriveva due giorni prima il P. Benoit, sermoni, conferenze, ritiri, lavori sullo sci sma greco, note interne. Non ho salvato che il mio crocifisso, perchè lo portava sempre con me in questi giorni di angoscie… E’ però mia intima convinzione che questo spogliamento universale non nuocerà al mio futuro ministero… Non ho più che una sottana tutta rattoppata, non più beretta, una cinta stravecchia.
Eppure, tutto ciò mi consola! E’ una indennità per questa palma del martirio ch’io ho veduto si davvicino…”
Le nostre eroiche religiose non sono al disotto per nobiltà di sentimenti.
“Dieci giorni or sono, racconta Suor Maria Sofia, io mendicava per la città per i nostri feriti.
Oggi li assomigliamo; come essi noi non abbiamo più tetto, non abbiam più mobilia, non più biancheria.
Eccoci mendici buttati sulla gran strada… Tutti i miei piccoli lavori, tutta la mia musica, tante copie scritte a mano durante le vacanze di sedici anni….. Nulla ! più nulla!… Tutte le notti io vedo fuoco e nelle mie insonnie odo fucilate. Non dimenticherò mai tali ricordi… Oh! quale ritiro spituale fu questa catastrofe! Invita mia non ne avrò più di tanto profitto. Viva Dio!…”.
Ma più degna ancora di ammirazione di questo inno alla povertà ed alla indigenza è l’audacia dei Padri e delle Suore nel ricominciare per sacrificarsi ancora senza darsi posa. Non si ponno rattenere le lagrime alla lettura di queste lettere ardenti risolute, sublimi.
Ascoltiamo gli accenti d’una di queste intrepide donne: “superiori decidono di non abbandonare il posto, di lottare ancora e sempre, verso e contro tutto.
Se la fine è la morte, eh via! tanto meglio; il martirio, mancato una prima volta, non sarà che più glorioso la seconda. Viva Dio e il dovere fino alla fine!
…Noi andiamo quindi a riguadagnare la nostra desolata città, affittare una casa e cercare una seconda ambulanza. Migliaia d’infelici senza asilo e senza pane vivono al sole nelle vicinanze della stazione.
Ogni giorno muoiono in media una trentina di fanciulli di rosolia e di febbri. Noi non abbiam più nulla, proprio nulla.
Non importa, noi andiamo a fondare una seconda volta la nostra povera casa di Adana e in condizioni più miserabili di 19 anni fa, quando avevamo là delle grandi casse piene, inviateci dalla nostra cara casa madre.
Abbiamo trovata una casa in affitto presso la stazione di Adana. Cinque suore partono stasera per aprire domani la dispenseria. Si è ancora in cerca d’un luogo per l’ambulanza.
Ho medicato tante ferite nei giorni dei massacri, che ormai non ho più paura. Le migliaia di cristiani, che agonizzano laggiù, reclamano le Suore. Io ho sempre amato perdutamente la Missione; ora l’amo più ancora”.
Le ultime lettere ricevute ci informano che la dispenseria e l’ambulanza funzionavano a costo d’incredibili sforzi. Fu pure organizzato un ospedale dedicato a S. Rocco in una casa affittata presso la stazione.
I Padri pensano a riprendere i lavori scolastici in attesa di poter rialzare il collegio dalle ruine; le religiose li imiteranno per la loro scuola e orfanotrofio.
E’ l’ora della messe. Dopo tali e tanti dolori, Dio passa spargendo le sue grazie, di cui fa d’uopo approfittare. Inoltre lo spirito di carità e di sacrificio dei religiosi e delle religiose ha loro guadagnato tante simpatie, che essi devono utilizzare per la gloria di Dio.
Le epidemie, conseguenza inevitabile dei massacri, insieme ai grandi calori di Adana, accrescono ancor più le sofferenze di tanti disgraziati.
“Presentemente, scrive il P. Benoit, più di 12 mila cristiani vivono sotto delle tettoie o all’aria aperta. Si dan loro 50 grammi di pane al giorno. Il sole abbrucia e centinaia di quegli infelici non hanno una tenda o un pezzo di tela per riparare la testa. A tutto ciò s’aggiunga una terribile epidemia di febbre e di rosolia dei fanciulli. Ah! ch’io non ho mai visto simile spettacolo!”.
Benedette quelle mani che verranno in soccorso delle povere vittime e dei loro salvatori!
A Cesarea
D’altronde il R. P. I. M. Gransault, Missionario a Cesarea, scrive da questa città il 15 Maggio 1909: “I massacri scoppiarono proprio nell’epoca dell’anno in cui la mietitura della ricca pianura di Adana attira da 15 ai 20 mila lavoratori, che vengono da tutti i punti dell’Anatolia e fanno dieci, venti e anche trenta giorni di viaggio. Orbene, la maggior parte di questi disgraziati furono scannati come gli altri di Adana.
Perciò i massacri hanno avuto una dolorosa ripercussione dappertutto. È così che tutti i villaggi cristiani posti tra Sivas e Cesarea sono stati assai provati. Della borgata di Tscepin sono scomparsi un centinaio di uomini, quasi tutti maritati e padri di numerosa famiglia.
Del vicino villaggio di Buran sono periti in quaranta sù una popolazione di quattrocento. Di Ghemerk non ne son più tornati 250; e così via in tutti i dintorni.
E’ un’angoscia inaudita. Bisognerebbe avere le mani piene per poter soccorrere tante vedove e tanti orfani… e noi non abbiam nulla. Venite in nostro soccorso.