Il grande suicidio collettivo di Demmin
In sole settantadue ore, tra il 30 aprile ed il 2 maggio del 1945, oltre millecinquecento persone si diedero la morte nella cittadina tedesca di Demmin. Fu il più grande suicidio collettivo nella storia della Germania.
Situata nella regione del Meclemburgo-Pomerania Anteriore, negli ultimi giorni della Seconda Guerra Mondiale, Demmin era conosciuta conosciuta come “la terra dei tre fiumi” poiché era circondata dalle acque del Peene, del Trebel e del Tollense. Aveva circa quindicimila abitanti ed essi, dinanzi all’avanzata dell’Armata Rossa, si disposero alla fuga verso ovest. Tutto sarebbe stato possibile se solo la Wehrmacht in ritirata non avesse fatto saltare i ponti con la dinamite, isolando la città.
Inaspettatamente Demmin s’era trasformata in una prigione per i suoi abitanti. Nessuno poteva fuggire. Erano tutti irrimediabilmente condannati a cadere nelle mani delle truppe sovietiche. Furono sopraffatti dal panico. Durante la guerra, la propaganda nazista aveva diffuso ad arte paura nei confronti dei russi. Venivano presentati come “orde mongole” che tagliavano lingue e mangiavano occhi, che violentavano donne e compivano ogni genere di crimine.
Qualche giorno prima, oltretutto, proprio a Demmin, da sempre roccaforte nazionalsocialista, le SS avevano fucilato tre negoziatori inviati dai sovietici. Membri della Gioventù Hitleriana avevano sparato ripetutamente contro i soldati russi ed ora tutti temevano una ritorsione. I cittadini furono travolti dal terrore e pensarono che l’unico modo per sfuggire ad un destino orribile fosse quello di suicidarsi. Il numero di chi scelse la morte fu imprecisato ed una seconda ondata di suicidi si innescò dopo l’arrivo dell’Armata Rossa, come conseguenza di tre giorni di saccheggi, esecuzioni e stupri commessi dai soldati russi. Quasi tutto il centro andò in fiamme
Tra il 30 aprile ed il 2 maggio del 1945, si stima che oltre millecinquecento persone, anziani, donne e bambini si siano suicidati. I genitori generalmente uccisero prima i loro figli e poi si suicidavano al loro fianco. In molti usarono armi da fuoco, lame di rasoio o veleno, altri si impiccarono, altri ancora annegarono nei fiumi tuffandosi con sacchi carichi di pietre. Non tutti i casi di suicidio andarono però in porto. Alcune madri che avevano annegato i loro figli non furono in grado di annegarsi. In altri casi, dosi di veleno si rivelarono letali per i bambini, ma non per le loro madri. Ci sono pure testimonianze di soldati sovietici che impedirono i suicidi, che recuperarono le persone gettatesi nei fiumi e soccorsero chi si era tagliato i polsi.
In realtà come a Demmin, in tutta la Germania, al preannunciarsi della sconfitta, si registrò un’ondata di suicidi. Dopo la sconfitta della Wehrmacht a Stalingrado, nel febbraio del 1943, ci fu una prima ondatadi suicidi. Il solo esercito ne registrò oltre 2000 tra i propri soldati. Egual cosa avvenne anche tra la popolazione civile, tuttavia mancano ancora dati ufficiali. Dopo Norimberga a Luftwaffe registrò un aumento significativo di suicidi. Un forte aumento del tasso di suicidi si registrò nel 1945 in Baviera, nel Baden e nello stato di Brema.
Autore articolo: Angelo D’Ambra