I partigiani di Bosco Martese

Ferruccio Parri la ricordò come “la prima battaglia partigiana in campo aperto dell’antifascismo italiano a cui tutti i resistenti rendono onore”. La battaglia di Bosco Martese non può cadere nell’oblio, fu il segnale che era possibile sconfiggere il nazifascismo.0

Come a Boves, ricorda Roberto Battaglia in Storia della Resistenza italiana, anche in Abruzzo, nella zona di Teramo, elementi dell’esercito italiano in liquefazione – guidati dal capitano di artiglieria Giovanni Lorenzini e dal capitano dei carabinieri Ettore Bianco – costituirono la base dei gruppi partigiani unendosi a settori della popolazione locale e antifascisti come i fratelli Rodomonti e Armando Ammazzalorso: “Su 1600 uomini così raccolti sul massiccio di Bosco Martese, a 30 chilometri dalla città, solo 320 sono effettivamente gli sbandati, circa 100 i prigionieri evasi, slavi e inglesi, e 1200 sono invece i giovani della città di Teramo che accorrono al primo appello in montagna: fenomeno forse unico in tutto il corso della Resistenza italiana, questo dell’emigrazione compatta della parte più attiva di un’intera popolazione in montagna”.

Tutto ebbe inizio il 12 settembre 1943, a Teramo, nella centralissima piazza Garibaldi, quando una colonna motorizzata dell’esercito tedesco, proveniente da Foggia e diretta ad Ascoli Piceno, finì disarmata nell’assalto di un gruppo di insorti guidato da Ettore Bianco. Il 17, su ordine del colonnello Leopoldo Scarienzi del 49° reggimento di artiglieria, le armi furono riconsegnate ai tedeschi sotto la promessa di non compiere rappresaglie. Solo il capitano d’artiglieria Giovanni Lorenzini si oppose all’ordine guidando i suoi uomini nel bosco, unendosi ad un gruppo di antifascisti che già avevano iniziato a radunarsi. Anche Bianco si unì a loro, mentre dal campo di concentramento di Tossiccia giungevano per combattere anche soldati slavi, inglesi, statunitensi e australiani evasi. Il gruppo si impegnò in azioni di sabotaggio a cui i nazisti risposero con un attacco di artiglieria e carri armati dispiegato in quattro giorni: “L’attacco tedesco che non si fa aspettare (25 settembre) incontra una resistenza accanita malgrado che la colonna nemica si faccia precedere, lungo la via d’avanzata, da un ufficiale superiore italiano detenuto come ostaggio. Liberato con azione fulminea quest’ultimo, i partigiani catturano e fucilano sul posto un maggiore tedesco e infliggono dure perdite a tutta la colonna chiudendo in netto vantaggio la prima giornata di combattimento (57 fra morti e feriti tedeschi contro sei caduti partigiani). Il dispositivo della difesa di Bosco Martese, accuratamente collegato alle varie postazioni, ha funzionato alla perfezione ed ha un carattere militare evoluto, quel carattere che la Resistenza acquisterà nel suo complesso solo nella piena fase della sua maturità: ci sono persino i mortai e una batteria d’artiglieria da montagna che ha centrato in pieno la colonna nemica”.

Dopo il combattimento, gli insorti, su proposta del maggiore jugoslavo Mattiatievic, si riorganizzarono in piccole bande per continuare la lotta e, nel pomeriggio del 26, i tedeschi, accresciuti in numero, cannoneggiano a lungo il bosco per poi passare alle rappresaglie ed ai rastrellamenti: “La resistenza si protrae accanita per tutto il 26 e solo all’alba del terzo giorno, quando il nemico, ricevuti forti rinforzi, impegna nella battaglia un peso soverchiante di uomini e mezzi (circa un migliaio di Alpenjager), viene sospesa, dopo aver incendiato il materiale e inchiodato i pezzi d’artiglieria. Si scioglie il concentramento di Bosco Martese, ma scaturisce dal suo seno la maggior parte dei quadri del movimento partigiano della regione e il ricordo di quella prima ed eccezionale impresa fermenterà fino all’ultimo in Abruzzo come motivo d’orgoglio e d’incitamento”.

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

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