I bersaglieri nella Guerra d’Etiopia
La guerra d’Etiopia vide, sin dal principio, una notevole partecipazione dei bersaglieri. In particolare fu enorme il sacrificio del 3° reggimento, comandato dal colonnello De Simone, che sbarcò a Massaua nel maggio del 1935 e, dopo poco, venne aggregato alla 20° brigata fanteria di Luigi De Biase, della quale facevano già parte i reggimenti 46°, 60° e 62°. Alla fine del conflitto, l’intero reggimento, contò tre medaglie d’oro, il capitano Antonino Franzoni, palermitano, il bersagliere Ottone Pecorari, goriziano, ed il capitano Arrigo Protti, triestino. Molti più furono i decorati assegnati ai reparti indigeni e tra essi il capitano Andrea Baldi e i tenenti Aleramo Beccaria Incisa e Pietro Castellacci che caddero alla testa del 9° battaglione arabo-somalo sul Monte Dunum, il capitano Gaetano Giovannetti dell’11° battaglione coloniale, che si immolò a Scitol Matavié alla testa di un reparto di ascari, ed il maggiore Edgardo Feletti, caduto anch’egli alla testa di una pattuglia di ascari a Mecatea Beghemeder.
Dopo la vittoria di Adua, Menelik aveva esteso il proprio dominio sino ai confini col Sudan, l’Uganda ed il Kenya. Fra i confinanti del dominio del negus c’erano anche l’Eritrea e la Somalia italiane, forse le colonie europee più difficili da difendere perché troppo lunga era la frontiera. Quando, dopo la morte di Menelik, salì al potere Hailé Selassié, fu firmato un accordo tra Italia ed Etiopia ma Asmara e Mogadiscio capirono subito che si trattava di una trappola perchè, non appena l’Etiopia sarebbe stata sufficientemente forte, avrebbe invaso le nostre colonie, spazzando via i circa duemila soldati italiani che vi stanziavano. A ciò si aggiungevano le richieste di intervento degli esuli del regime del negus e il problema degli sconfinamenti e delle razzie nelle zone di Mustahil e Ual Ual, dove c’erano i pozzi d’acqua presso cui si portavano i contadini etiopi con le loro mandrie. Fu così che Mussolini, l’11 aprile del 1935, al tavolo delle trattative della conferenza di Stresa, presso il Grand Hotel des Iles Borromée, comunicò a francesi e inglesi che l’Italia “non aveva rivendicazioni da porre, in Europa, ma in Africa sì”. Proprio a Ual Ual, il 5 dicembre del 1934, il Regio Corpo truppe di Somalia del colonnello dei bersaglieri Italo Carnevali, con i suoi 4 battaglioni di ascari ed un certo numero di bande irregolari di dubat, si fronteggiò con gli etiopi dello fitaurari Sciffera. Tutto nacque da un gesto provocatorio, un etiope aveva lanciato un osso ad un somalo. L’insulto portò gli ascari ed i dubat del capitano Roberto Cammarata ad aprire il fuoco. Erano le 15.30 circa. Cammarata fece subito uscire alcuni carrarmati leggeri, mentre il cielo era solcato da tre aerei italiani. All’imbrunire, sul campo ci sono 107 morti tra gli etiopi. L’episodio era ciò che Mussolini aspettava, ora l’Italia poteva intervenire.
Alle 5.30 del 6 febbraio 1935, nelle caserme di Arezzo, Pistoia e Firenze, i tre reggimenti della Divisione Gavinana, vennero schierati, pronti a partire per l’Africa Orientale. Lo stesso ordine raggiunse anche Palermo, sede della Divisione Peloritana ed i bersaglieri del 3° reggimento. Venne fatto partire anche un gruppo di camicie nere. Le navi salparono da Napoli. Mussolini nominò comandante in capo delle forze italiane un bersagliere, il generale Emilio De Bono. In quest’impresa si lanciò anche l’aviazione e nacque la squadriglia “La disperata” nella quale si arruolarono Bruno e Vittorio, figli del duce, nonché suo genero Galeazzo Ciano. Nel frattempo a Massaua i magazzini del porto vennero ampliati per far posto ai rifornimenti in arrivo, si avviarono pure nuovi lavori per ampliare la rete stradale. Un altro bersagliere, il colonnello Ruggero, fu incaricato di creare una rete di informatori.
Finalmente il 3 ottobre la mobilitazione era completata ed aveva inizio l’invasione dell’Etiopia. L’esercito italiano contava oltre centomila uomini. De Bono condusse la prima parte delle operazioni senza grandi perdite. Bande irregolari a cavalo e a piedi avanzarono allontanando il nemico ed aprendo la strada alle lunghe colonne dei nostri militari. L’armata era divisa in tre corpi, sulla desta il II Coro d’Armata del generale Pietro Maravigna, che aveva il compito di puntare direttamente su Adua, sulla sinistra il I Corpo d’Armata del generale Ruggero Santini che doveva avanzare in direzione di Makallé, Dessié e Addis Abeba, al centro c’era il Corpo d’Armata Eritreo del generale Alessandro Pirzio Biroli che avanzava verso l’Enticciò. Dopo quattro giorni Adua, Enticciò e Adigrat erano state occupate.
Il solo vero combattimento aveva avuto luogo tra gli uomini del degiacc Sahle e le avanguardie del II Corpo d’Armata, occasione in cui cadde il tenente dei bersaglieri Morgantini, comandante della banda di dubat Serae. Morgantini comandava l’avanguardia della Gavinana. Le sue truppe eritree, lasciandosi alle spalle le lente colonne della fanteria italiana, si erano inerpicate su un’aspra giogaia del Mareb, proprio dove Sahle si era arroccato con una mitragliatrice e qualche centinaio di uomini. Morgantini fu trafitto dal fuoco nemico. Il suo corpo fu spogliato e la sua divisa insanguinata fu consegnata a ras Seyum che si era asserragliato ad Adua. La città fu bombardata alle 7 del 3 ottobre, da sette aerei italiani, quelli della squadriglia di Ciano, La Disperata. Il generale Salvatore Villa Santa vi entrò il 6 ottobre, al comando della Gavinana, e Seyum si ritirò a Tembien.
L’avanzata italiana continuò col sacrificio di numerosi fanti piumati. Fu soprattutto la presa di Makallé a registrare numerosi episodi di eroismo dei bersaglieri del 3° reggimento. Qui, la difesa di Cassa Sebat dette filo da torcere, gli italiani furono fermati in una gola impervia. Era l’11 novembre 1935 e la colonna del generale Oreste Mariotti si ritrovò colpita da un preciso tiro di fucileria dalle altre, bloccata in un vero e proprio inferno. Lentamente i bersaglieri, affiancati dagli ascari, iniziarono a scalare le irte pareti della gola, adottando la tecnica di sparare tutti insieme su ogni minimo segno di vita che si osservava sulle cime. A poco a poco gli etiopi furono ricacciati dalle loro postazioni e ciò permie anche a fondo valle, dove erano rimaste le artiglierie, una più organizzata risposta a lnemico. La strada per Makallé fu spianata, la colonna vi giunse dopo due giorni di marcia trovandola già occupata da un’azione temeraria di un gruppetto di bersaglieri cui si erano uniti il capitano dei granatieri De Roden, il tenente degli alpini Goldoni, il sottotenente di fanteria Pulcini, il dottor Pietro Franca, console ad Adua, ed il giornalista Alfio Russo.
La Società delle Nazioni sanzionò l’Italia per quell’aggressione ed allora Mussolini volle a capo delle operazioni un generale che non avesse indugi nel guidare un’occupazione rapida su quel terreno desolato e pericoloso, rimosse De Boni e lo sostituì con Badoglio. Questi, salpato da Napoli il 18 novembre 1935, a bordo del piroscafo Sannio, sbarcò a Massaua undici giorni dopo.
Un altro bersagliere, il segretario generale del partito fascista, Achille Starace, al comando della colonna celere, pensò a prendere Gondar. La sua formazione era interamente costituita dal 3° reggimento bersaglieri, al quale erano affiancati un battaglione di camice nere, un gruppo di artiglieria autotrainata, un reparto di motomitragliatrici, una compagnia del genio misto. Cinquemila uomini in totale che marciarono da Om Ager, ai confini col Sudan, verso sud-est, in direzione di Gondar, poco più a nord del Lago Tana. Partiti il 15 marzo da Asmara, erano giunti a Om Ager il 19, con tre giorni di anticipo sul previsto. Il 21 attraversarono il fiume Setit, affluente del Tacazzè, percorsero 300 chilometri su un terreno del tutto inesplorato, sfrondando foreste di bambù, facendosi largo in masse fittissime di piante ed alberi, in boscaglie e rive invase da zanzare. Erano controllati a vista dal nemico, tallonati dagli armati di ras Immirù e del degiac Aialeù Brurrù. La colonna entrò trionfalmente il 1° aprile a Gondar, senza aver ingaggiato neppure uno scontro col nemico, soprattutto per l’azione difensiva degli ascari della terza brigata agli ordini del generale Cubeddu.
Tuttavia non erano mancate circostanze assai critiche. Per esempio una tragedia si rivelò la Prima Battaglia del Tembien. Essa nacque da una mal pensata offensiva italiana, il 20 gennaio 1936, quando due battaglioni di legionari accompagnati da una batteria 65/17 e da una compagnia di mitraglieri, avanzarono per circa sei chilometri fino all’altura del Mai Beles e poi sino al Passo Uarieu. Il nemico, superiore in numero, contrattaccò e decimò la compagnia di mitraglieri. Solo l’arrivo, all’ultimo momento, della 2° divisione eritrea del generale Achille Vaccarisi, rovesciò le sorti della battaglia. “Gli abissini – così scrisse il testimone della battaglia Paolo Monelli – dimostrarono le loro qualità tradizionali, disprezzo della morte, temerarietà degli attacchi; e avvolgendo con la loro solita tattica la nostra linea furono sul punto di romperla, forzando il passo Uarieu presidiato da un battaglione di camicie nere; ma al quarto giorno di battaglia dovettero ripiegare sulle posizioni di partenza. Se il nemico fosse riuscito a forzare il passo Uarieu, dove le camicie nere erano state costrette a ripiegare da una temeraria puntata che le aveva portate troppo lontane, e furono poi per due giorni accerchiate, ras Cassa avrebbe potuto rompere il collegamento tra le nostre due masse di difesa e buttarsi sulle nostre linee di comunicazione. L’arrivo in aiuto degli assediati della 2° divisione eritrea salvò la situazione. Ma per alcune ore le cose parvero compromesse. Quella notte del 23 gennaio il maresciallo Badoglio, al suo posto di comando di Enda Jesus presso Makallé, non andò a letto. Rimase tutta la notte nella tenda del comando accanto al telefono, seduto sopra uno sgabello, il cappotto indosso, la mantellina sulle ginocchia come una coperta. Ascoltava muto le rare comunicazioni, impietrito nella luce cruda della lampada a incandescenza”. Si contarono circa 800 uomini, tra le truppe italiane, caduti ed oltre 6.000 abissini morti.
Il 10 febbraio, Badoglio scatenò la battaglia dell’Endertà con l’obbiettivo di prendere l’Amba Aradam, una montagna piatta situata in vista di Makallé, presidiata da 80.000 uomini di ras Mulughietà, armati con fucili belgi, mitragliatrici e alcune batterie di cannoni a tiro rapido. La battaglia durò cinque giorni. L’Amba Aradam fu conquistata, le forze etiopi furono messe in rotta, ras Mulghietà e suo figlio furono uccisi dagli azebo galla, una tribù ostile al potere di Addis Abeba. Restavano in campo le forze dei ras Seyum, Cassa e Imirù. I primi due presidiavano il Tembien con circa 30.000 uomini, il terzo la regione dello Sciré con 40.000 armati. La Seconda Battaglia del Tembien, condotta dal nostro Corpo d’Armata indigeno, spazzò via il nemico in due giorni. Restò celebre la scalata dell’Amba Uork, compiuta nel silenzio assoluto della notte da alpini, camicie nere, ascari e bersaglieri, che colse di sorpresa il nemico. E mentre si concludevano gli scontri sull’Amba Uork, cominciava la Battaglia dello Sciré, condotta dal II Coro d’Armata fra il 29 febbraio ed il 3 marzo. A quel punto sulla strada per Addis Abeba restavano solo le guardie imperiali di Hailé Selassié. La battaglia ebbe luogo presso il lago Ascianghi, nella conca di Mai Ceu. All’alba del 31 marzo 1936, il fuoco d’artiglieria rpecedette l’attacco degli abissini alla divisione alpina Pusteria ed alla 2° divisione eritrea. Respinti più volte, alle nove del mattino lasciarono posto ai sei battaglioni della guardia imperiale. Non riuscirono a smuovere gli italiani, subirono gravi perdite ma continuarono a combattere. Concentrarono il loro sforzo contro gli eritrei, ma furono respinti alla baionetta e con bombe a mano. Alle 4 del pomeriggio vennero ricacciati per l’ultima volta all’arma bianca. Hailé Selassié fu battuto, allora, con un piccolo nucleo di fedelissimi, ritornò a marce forzate ad Addis Abeba. Qui apprese che anche sul fronte sud, le forze italiane, dirette dal generale Rodolfo Graziani, avevano avuto la meglio.
Il 5 maggio 1936, Badoglio entrò in Addis Abeba accolto dai bersagliei del 3° reggimento che, per primi, avevano conquistato la capitale del negus.
A febbraio, in una battaglia nella zona di Enderta, il capitano Antonio Franzoni, alla guida della sua compagnia di bersaglieri, venne ferito a morte in uno scontro all’arma bianca con le milizie abissine. Nella Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia del 27 aprile 1937 il Ministero della Guerra pubblicò il seguente testo con cui gli veniva conferita, alla memoria, la medaglia d’oro al valor militare: “Comandante in una compagnia lanciata all’attacco di una forte posizione avversaria, mentre, con grande sprezzo di ogni personale pericolo e serena energia, si prodigava a sistemare opportunamente il proprio reparto sulla posizione raggiunta, ad un improvviso e furioso contrattacco, per incitare alla lotta i suoi bersaglieri, s’impegnava in un ardito corpo a corpo, sino a che cadeva ucciso da un colpo di scimitarra al capo, fra gli stessi nemici che gli giacevano esanimi d’intorno. Fulgido esempio di elette virtù militari – Alture di Belesat – Amba Aradam, 15 febbraio 1936-XIV”.
Nello stesso mese, cadeva anche Ottone Pecorari, anch’egli poi decorato, con la seguente motivazione: “Nonostante l’incarico di porta munizioni che gli avrebbe consentito di restare in un appostamento arretrato, si lanciava audacemente per primo su di una posizione minacciata dall’avversario e cadeva colpito a morte mentre affrontava decisamente ad arma bianca un nucleo di armati nemici irrompenti al contrattacco, trascinando con l’esempio i compagni nello stesso slancio che lo aveva animato fino all’eroico sacrificio. – Alture di Belesat – Amba Aradam, 15 febbraio 1936”.
Molti bersaglieri continuarono a cadere nelle operazioni antiguerriglia che seguirono la presa di Addis Abeba. A novembre di quell’anno, infatti, il capitano Arrigo Protti soccombeva alle ferite riportate in combattimento, nell’ospedale n. 2469 di Harrar. Ricevette la medaglia d’oro con la seguente motivazione: “Eccezionale figura di valoroso combattente, dava in ogni circostanza prove spiccate di solide virtù militari. Alla testa della sua compagnia, primo a muovere all’attacco si slanciava contro munitissime posizioni tenute saldamente dal nemico in forze superiori, reiterando gli attacchi con indomito coraggio e sprezzo della vita. Ferito mortalmente mentre irrompeva sulle difese avversarie, incurante di sé, continuava ad incitare i suoi ascari alla lotta. Chiudeva così, di fronte al nemico, una fulgida esistenza guerriera iniziata come volontario triestino nella grande guerra ed a Fiume. Magnifico esempio di eroismo e di abnegazione. Mildab, 9 novembre 1936”.
Autore articolo: Angelo D’Ambra
Bibliografia: AA.VV., Bersaglieri. Epopea dei fanti piumati da La Marmora ai Commandos, vol. 3°