Cosimo de’ Medici Granduca di Toscana

Nella notte tra il 5 ed il 6 gennaio del 1537 il Duca Alessandro de’ Medici, Signore di Firenze, finì assassinato. Lorenzino de’ Medici, desideroso di far ritornare Firenze una vera repubblica, attirò suo cugino Alessandro nei propri appartamenti prospettandogli una notte d’amore, invece, in compagnia di un sicario, l’aggredì con spada e pugnale sino a dargli la morte. L’assassino era il parente più prossimo del Duca ma fu escluso dalla successione ed inaspettatamente il governo finì nelle mani del giovane Cosimo de’ Medici, figlio di Giovanni delle Bande Nere.

 

Cosimo fu eletto dal Senato di Firenze rapidamente, per prevenire destabilizzazioni che avrebbero armato i nemici della signoria, ma pensando anche che la sua giovane età – Cosimo era appena diciottenne – ne avrebbe fatto un protagonista facilmente malleabile, totalmente influenzato dal consiglio di otto esperti guidati da Francesco Guicciardini che il senato s’era premurato d’affiancargli. Contravvenendo ogni aspettativa, Cosimo si mostrò accorto, cinico, determinato. Non tardò a rivelare le sue sottili abilità politiche scrollandosi da dosso ogni pretesa tutela, liberandosi di chi intendeva controllarlo ed accentrando tutti i poteri nelle proprie mani.

Lo sottovalutarono anche i suoi nemici, i fuoriusciti fiorentini, capeggiati dalla famiglia Strozzi, che radunarono un esercito di 4000 uomini per marciare su Firenze. Imprudentemente, però, Filippo Strozzi con appena duecento armati anticipò i tempi entrando in Toscana sperando di ricevere supporto a Pistoia. Non vi riuscì e dovette fortificarsi nel castelletto di Montemurlo in attesa del grosso del suo esercito. Cosimo invece riuscì a portarsi sul posto con 3000 soldati comandati da Alessandro Vitelli e catturò i principali capi ribelli trascinandoli in catene a Firenze. Dopo tre giorni vennero tutti impiccati, eccetto Strozzi che fu trovato morto nel carcere della Fortezza di San Giovanni Battista meglio conosciuta come Fortezza da Basso.

Cosimo era nato nel 1519, figlio del più noto condottiero del suo tempo, quel Giovanni delle Bande Nere morto per i postumi di una brutta ferita, causatagli da un colpo di falconetto sparato dalle milizie lanzichenecche durante la loro marcia su Roma, sul finire del 1526. Proveniva quindi da una linea secondaria della famiglia, il ramo cadetto dei Popolani, ma era anche imparentato al ramo principale grazie a sua madre, Maria Salviati, nipote di Lorenzo il Magnifico. Fu la donna a volere che il piccolo si chiamasse Cosimo, proprio “per ravvivare la memoria dell’uomo più saggio, più coraggioso e più prudente mai nato nella casa dei Medici”. E fu quasi una profezia. Anche il padre ne vaticinò la grandezza. Si narra che un giorno, ritornando rumorosamente in città col suo destriero, pretese da una serva che il bambino, cullato tra le braccia della donna, gli venisse lanciato dalla finestra. “Buttalo giù! Ti ordino di farlo! Buttalo!”, ordinò con forza e la serva, pur con riluttanza, dovette obbedire. Fortunatamente il bambino finì tra le braccia del padre che restò stupito dalla calma di suo figlio e proferì: “Sì, sarai un principe. È il tuo destino!”. Verità o leggenda, andò proprio così.

L’infanzia di Cosimo coincise con il regno incerto dei suoi parenti, Alessandro, duca a Firenze, e Clemente VII, papa a Roma. Il bambino visse tra Toscana, Venezia, Bologna e Genova, soffrendo una educazione discontinua che però lo spinse decisamente agli affari militari. Secondo quanto riferito dalle cronache vestì l’armatura sin dall’età di quattordici anni e si circondava dei soldati che avevano combattuto con suo padre. Turbato da queste notizie, papa Clemente VII, volle che tornasse a indossare un normale lucco fiorentino, ma ci fu poco da fare, era la guerra che l’attraeva. Il  ritratto che ne fece il Bronzino, probabilmente nel 1543, ci mostra infatti un giovane armato e con una mano sopra l’elmo, intento a guardare lontano come se già figurasse quel che gli avrebbe riservato il futuro.

Maturò un carattere riservato e silenzioso e così qualcuno, dopo l’assassinio di Alessandro, pugnalato nella notte dell’Epifania del 1537 dal cugino Lorenzino, penso di poterlo usare per i propri fini. Poiché il duca non aveva un erede legittimo, il diciassettenne Cosimo fu presentato come candidato e fu accettato di buon grado dai ricchi fiorentini che speravano di governare attraverso di lui. Nonostante le macchinazioni del senato, Cosimo si liberò rapidamente dai vincoli di chi l’aveva voluto duca e andò accentrando su di sé tutto il potere, togliendosi dai piedi, con le buone o le cattive, tutti gli oppositori interni, grazie anche al frequente ricorso ad una rete di spie e aguzzini. Cconsolidò rapidamente il potere avvalendosi dell’aiuto spagnolo per schiacciare i fuorusciti che complottavano per il suo rovesciamento e in città divennero frequenti decapitazioni e assassinii. Si liberò anche dei domenicani di San Marco, accusati di manifestare pubblicamente il loro dissenso verso le politiche del duca. Li espule dal monastero. I frati, ritenendo illegittimo il provvedimento, protestarono ma si sentirono chiedere: “Ditemi chi ha costruito questo monastero?”. Al che risposero che esso era stato costruito dagli “Antichi fiorentini e da Cosimo il Vecchio”. A quel punto Cosimo replicò: “Giusto. Ebbene, sono i fiorentini moderni e Cosimo il duca che vi cacciano fuori!”.

Eliminati gli oppositori, Cosimo capì che occorreva rafforzare il suo potere costruendo degli equilibri diplomatici solidi, così prese in moglie Eleonora di Toledo, figlia del viceré di Napoli, uomo di fiducia di Carlo V in Italia. Col tempo consolidò, pur sempre in un rapporto di subordinazione, l’autonomia di Firenze dalla Spagna e con la vittoria di Scannagallo del 1554, pose fine alla Guerra di Siena, consegnando a Firenze i territori senesi. Purtroppo, però, anche la famiglia ducale conobbe dei lutti, specie nel fatidico 1562 quando, nel giro di poche settimane, morirono di malaria i figli Giovanni e Garzia, seguiti nella tomba dalla stessa Eleonora, poi indegnamente sostituita dal Duca con la giovane Camilla Martelli, molto malvista dalle corti europee e dalla stessa famiglia di Cosimo perché priva di sang noble.

In politica interna fu scaltro nel costruire un rapporto di dedizione e lealtà con la classe dominante toscana, anzitutto servendosi dell’Ordine di Santo Stefano che divenne un vero e proprio “stato nello stato” disponendo di una sua organizzazione religiosa, di un proprio tesoro, di una sua burocrazia, di autonomia giurisdizionale sia civile che penale, di strutture sanitarie e di un apparato militare che non fu solo navale. L’Ordine era governato da un Consiglio dei Dodici che rispondeva solo al Gran Maestro, ovvero Cosimo. Come sede dell’Ordine fu scelta Pisa, l’unica città dello stato con grandi tradizioni marinare, mentre come base navale fu eletta dal nulla Portoferraio sull’isola d’Elba, appositamente fondata da Cosimo nel 1548 affidando all’architetto Giovanni Camerini la progettazione di una città fortificata simbolicamente chiamata Cosmopoli concepita come presidio militare con lo scopo di difendere le coste toscane.

Morì a cinquantacinque anni, il 21 aprile del 1574. Era stato colto da due attacchi apoplettici che l’avevano paralizzato quasi del tutto. Lasciò la vita terrena un ingegno politico che aveva saputo dare, tra luci e ombre, stabilità e ordine a Firenze. La salma stette adagiata nella grande sala di Palazzo Pitti circondata dalle insegne granducali mentre le campane delle chiese scandivano i loro tocchi.

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

 Bibliografia: L. Cantini, Vita di Cosimo de’ Medici primo, gran-duca di Toscana; G. Cini, Vita del serenissimo signor Cosimo de Medici primo granduca di Toscana; R. Bernardini, I cavalieri di Santo Stefano.

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