L’armeria della Reggia di Capodimonte

L’armeria della Reggia di Capodimonte presenta al turista un viaggio pressoché completo nelle armi europee d’epoca moderna, fondamentale per lo studio della storia della cavalleria e della scienza militare.

La reggia di Capodimonte fu voluta da Carlo di Borbone ed edificata a partire dal 1738 sotto la guida del maestro Antonio Medrano su una vasta area verde prospiciente al golfo ed alla città. Venne concepita come reggia ma anche per ospitare, nel piano nobile, la celebre collezione d’arte e antichità di Elisabetta Farnese, madre di Carlo. Nelle sue forme meravigliose fu completata con arredi e decorazioni dai sovrani napoleonici di cui oggi c’è larga traccia. Dopo l’Unità fu residenza dei duchi d’Aosta che la arricchirono di dipinti, suppellettili, oggetti d’arte e di arredo provenienti sia dalle altre ex residenze borboniche sia da altre collezioni d’arte contemporanea, fino alla caduta della monarchia. Negli anni Cinquanta del Novecento vi confluì pure la collezione di arte medievale e moderna del Real Museo Borbonico.

Fiore all’occhiello del museo è il boudoir cinese della regina Amalia di Sassonia, moglie di Carlo di Borbone, interamente decorato con porcellane realizzate dalla Reale manifattura di Capodimonte. Di grande interesse è però pure l’Armeria sebbene sia decisamente sconosciuta al grande pubblico.

Trasferita a Capodimonte nel 1864 da Palazzo reale, è una delle più importanti d’Europa ma sino ad ora poco valorizzata.

Fino a poco fa, era spesso chiusa o parzialmente aperta ed il visitatore doveva tornarsene deluso a casa dopo aver pagato il biglietto. Un peccato, soprattutto perchè Napoli, ricca pure della collezione Filangieri, meriterebbe un vero e proprio museo militare capace di raccontare quello che fu il cuore pulsante dei tercios.

I giornali ne hanno annunciato la riapertura, noi speriamo duri ma auspichiamo anche una moderna riorganizzazione dei pezzi che non si limiti all’esposizione o alla loro descrizione didascalica, pur oggi mancante nella stragrande maggioranza dei casi. Ci piacerebbe che il visitatore fosse accompagnato in un percorso di scoperta integrato con supporti multimediali audio-visivi, proiezioni olografiche ed esposizioni tattili.

Ogni oggetto è un’opera d’arte ma l’Armeria di Capodimonte non è solo il risultato del gusto per la collezione di armi antiche che, per esempio mosse Gaetano Filangieri. Questa era l’armeria del re, le armi qui si sono conservate come patrimonio della famiglia reale.

All’antico nucleo farnesiano, dunque, l’armeria affianca quello borbonico, creando un ambiente ricco di armi ed armature che datano dalla fine del Cinquecento a tutto il XIX secolo.

Dai Farnese è giunta una collezione composta da armi da fuoco, da taglio e da difesa italiane, spagnole e tedesche, armi da botta ed armi in asta, nonché da un insieme di armature e guarniture da guerra e torneo incise all’acquaforte e riccamente decorate, opera di noti armaioli dell’epoca come il celebre Pompeo della Cesa. Vi spiccano una collezione di pistole a ruota, di produzione bresciana, ed archibugi della guardia dei Farnese.

Queste armi testimoniano l’evoluzione della guerra nel Rinascimento grazie al perfezionamento delle tecniche metallurgiche e delle scienze balistiche che imposero scoppietti, archibugi e pistole. L’arma da fuoco finì, in quell’epoca, con l’assumere un significato tipicamente cinquecentesco, era l’arma che uccideva da lontano e senza affaticamento, attuava l’ideale rinascimentale di dominio senza sforzo.

Borbonica è la preziosa collezione di fucili, alcuni di manifattura spagnola ed altri prodotti dalla Real Fabbria di Torre Annunziata. Tali pezzi sono assai simili ai modelli spagnoli ma con decorazioni più leggere che valorizzano la bellezza dell’acciaio brunito.

Sono opera dei maestri settecenteschi Michele Battista, Emanuel Estevan, Carlo La Bruna, Biagio Ignesti e Natale del Moro.

Sono pure presenti armi da fuoco di manifattura sassone ed austriaca, carabine, archibugi e la splendida coppia di pistole di Jean Baptiste La Roche.

Appartenuti a Carlo di Borbone sono diversi fucili da caccia, carabine austriache prodotte da Felix Mayer di Vienna e da Manuel Estevan, che il re chiamò a dirigere la fabbrica d’armi di Palazzo Reale. Ferdinando I invece volle per la caccia solo armi napoletane, il re amò moltissimo quelle di Salvatore Massa che aveva la sua bottega a Largo Castello. Risulta che Francesco I prediligesse la decorazione alla praticità e si fece realizzare fucili a Elibar, Toledo e Lisbona, mentre Ferdinando II puntò tutto sul binomio napoletanità e modernità tecnologica dell’arma (R. Fraioli, I fasti e le collezioni preziose dell’Armeria Borbonica Napoletana).

Nella collezione borbonica poi spiccano lo scudo, l’elmo e la spada che la tradizione vuole appartenuti a Ruggero il Normanno. Furono donati nel 1800 a Ferdinando IV dal principe della Cattolica, Giuseppe Bonanno, ma in verità sembrano la creazione di armaioli del Cinquecento, probabilmente del milanese Pietro Paolo Malfitano. Egual cosa può dirsi per la spada di Ettore Fieramosca che, bellissima, reca l’incisione “Ettore Fieramosca di Capua” ed è proprio questa incisione, coi suoi caratteri, che fa sorgere dubbi negli esperti sull’autenticità dell’arma.

Si possono pure ammirare la spada che Ferdinando d’Aragona donò a Scanderberg e quella che Luigi XIV di Francia diede a Filippo V e questi a suo figlio Carlo III (F. Ceva Grimaldi, Della città di Napoli…).

Nelle sale colpiscono l’attenzione quattro armature complete: quella di Ruggero, conte di Sicilia, con l’incisione di una collana con l’effice della Vergine col bambino ed il drago sotto i piedi, quella di Ferdinando d’Aragona, la sola esposta su un cavallo ricoperto per intero di bardatura, quella di Vittorio Amedeo I di Savoia e quella di Alessandro Farnese, la più ricca di decorazioni, con gigli, palme e corone.

Tutte le armature esposte sono un esempio della loro evoluzione dalla fine del Quattrocento alla fine del Cinquecento a favore di decorazioni cerimoniali con ornamenti e finiture dal ricco effetto cromatico. In effetti, questi ambienti mostrano con evidenza il passaggio dalla commissione per funzionalità pratica dell’arma a quella di carattere più propriamente artistico.

Si scopre l’inestimabile valore della raccolta d’armi dei Farnese che dall’Armeria Segreta del Palazzo Ducale di Parma fu portata a Napoli da Carlo di Borbone. Un valore tecnico ma anche estetico: l’arma si fa sfarzosa ed elegante e si carica così di decorazioni che riflettono significati simbolici, sacrali, cavallereschi e regali.

In direzione opposta andarono i Borbone che, con l’istituzione di una serie di Reali Fabbriche per la produzioni d’armi da guerra, portatili e da caccia, voluta da Carlo di Borbone, bilanciarono la loro attenzione su soluzioni tecniche capaci di soddisfare anche l’ottimale funzionalità dell’arma.

 

 

 

Autore articolo e foto: Angelo D’Ambra

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