Emanuele Filiberto e la Battaglia di San Quintino

Sopraggiunte dall’Italia le notizie della disfatta francese nel Regno di Napoli, Emanuele Filiberto di Savoia armò 50.000 fanti e 14.000 cavalieri e, col supporto di un più piccolo contingente fornito dalla Regina Maria d’Inghilterra, sconfinò in Francia e, tacendo a tutti ogni dettagli sul suo piano d’azione, si portò sotto Marienbourg lasciandosi alle spalle numerose piazzeforti senza assaltarle.

I francesi erano ancora impantanati in Italia, privi di svizzeri, il nerbo del loro esercito, inferiori in numero, deboli nelle guarnigioni di frontiera e peraltro colti di sorpresa dalla mossa del Duca.

Il concentramento attorno a Marienbourg indusse il nemico ad iniziare a sguarnire le città vicine per accorrere lì, allora il Duca dette ordine di levare il campo e marciò sino a Rocroy sconfiggendone la guarnigione uscita a combattere ma non indugiò nell’occupare quella città. Raggiunse invece Oloy, riordinò le truppe e mosse verso la Piccardia per poi sorprendere ancora il nemico che, disorientato, provava ad inseguirlo e a precederne le mosse, orientando la cavalleria leggera su San Quintino.

La città era un presidio centrale nella protezione di Parigi. Da tempo il duca aveva carpito segretamente notizie sulle sue difese. San Quintino era costruita su una lieve elevazione alla destra della Somme, circondata da acquitrini percorsi da un argine che univa la città al ponte sul fiume ed al sobborgo di Ponthoille situato sulla riva sinistra. Era difesa da potenti mura e torri ma scarsamente guarnita di uomini perché ormai in gran parte erano stati fatti uscire per seguire gli incomprensibili spostamenti delle truppe imperiali.

Il sobborgo fu subito occupato dalla fanteria spagnola, poi tutto l’esercito fu condotto sulla riva destra del fiume e vi avviò lavori di trinceramento.

Gaspard de Chatillon, ammiraglio di Francia, soccorse San Quintino presentandosi con 400 cavalieri mascherati da spagnoli che attraversarono il campo di Emanuele Filiberto e riuscirono ad entrare in città. Chatillon però si rese conto di essere in grave inferiorità numerica e chiese rinforzi. Gli giunsero l’8 agosto, per Lizerolles, nascosti dalla vegetazione palustre. Lo scontro che nacque con gli spagnoli vide i francesi conquistare diverse postazioni, ma il sobborgo fu difeso con successo. Il Conestabile di Montmorency diresse allora il fuoco delle artiglierie direttamente sul campo imperiale mentre un contingente guidato da Francois de Coligny d’Andelot, fratello di Gaspard de Chatillon, che attraversò la palude su delle zattere e riuscì a superare il limo, gli acquitrini, la vegetazione ed entrò con quattrocento fanti in città.

Era il 15 agosto. Compreso che tutto stava andando male. Emanuele Filiberto fece un voto a San Lorenzo, cui è sacro quel giorno, poi comandò la raccolta e si portò alla sinistra della Somme per affrontare l’avversario. I francesi se ne avvidero tardi. La cavalleria e la fanteria imperiale comparvero alla sinistra del fiume improvvisamente, uscendo dalla vegetazione un po’ alla volta, verso mezzogiorno.

Il Conestabile di Montmorency ordinò il ripiegamento della fanteria nel bosco di Gibercourt sotto la protezione delle artiglierie ma la confusione prese il sopravvento tra i suoi uomini, per lo più giovani ed inesperti, visto che i veterani erano in Italia.

Alle due, il Duca di Savoia aveva ultimato il suo schieramento. Alla destra era il Conte di Egmont, alla sinistra i Duchi Ernesto ed Enrico di Brunswick e il conte di Hoorn, Emanuele Filiberto era invece al centro coi conti di Mansfeld e Gualdria. Impartì l’ordine e scagliò 8000 cavalieri sui francesi. Gli uomini del Duca di Nerves resistettero come poterono poi furono travolti finendo disordinatamente sulle schiere retrostanti. Il panico si diffuse tra i nemici ma le fanterie francesi ben figurarono resistendo ripetutamente sul piano di Gris Mova dove il Duca di Savoia dovette far sparare i cannoni per averne ragione.

La battaglia si chiuse con un’ultima carica francese condotta da Jean de Bourbon, Duca d’Enghien, al termine della quale l’esercito francese quasi non esisteva più. I morti erano cinquemila, seimila i prigionieri. Tra i prigionieri c’erano un migliaio di nobili: lo stesso Montmorency e i Duchi di Montpensier e Longueville, Ludovico Gonzaga-Nevers e il maresciallo de Saint-André. Più di 50 bandiere e tutta l’artiglieria francese andarono perse. Il Duca d’Enghien perì per le ferite riportate, caddero in battaglia i cavalieri Francis de la Tour, Vicomte de Turenne, genero di Montmorency, ed i rampolli dell’aristocrazia piccarda trovarono la morte. Gli spagnoli avevano perso solo 1000 uomini.

Anche l’assedio della città ebbe successo e la vittoria fu completa. Qualche anno dopo, a ricordo del voto fatto a Torino sorse una chiesa dedicata a San Lorenzo.

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Bibliografia: G. Reisoli, Testa di Ferro, il vincitore di San Quintino; C. Moriondo, Testa di Ferro. Vita di Emanuele Filiberto di Savoia

 

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